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Il Mediterraneo tocca il record di caldo dal 1993, la crisi climatica minaccia spigole e orate italiane

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Il Mediterraneo tocca il record di caldo dal 1993, la crisi climatica minaccia spigole e orate italiane

Cos’è successo

L'estate 2026 ha rappresentato un nuovo banco di prova per la maricoltura italiana. Le temperature eccezionalmente elevate registrate nel Mediterraneo hanno reso più complessa la gestione degli allevamenti a mare, in particolare di spigole e orate, le principali specie dell'acquacoltura marina nazionale. Lo segnala l'Associazione Piscicoltori Italiani (API), aderente a Confagricoltura, spiegando che luglio è stato il mese più caldo dal 1993 nel Mediterraneo, con una temperatura superficiale media attorno ai 27°C. Al largo della costa toscana l'anomalia media mensile ha raggiunto +3,9 gradi, il valore più alto della serie disponibile dal 1982.

Il quadro non è stato omogeneo sull'intero bacino, e nelle ultime settimane le temperature si sono parzialmente stabilizzate in alcune aree. Restano tuttavia anomalie rilevanti, con nuclei di calore persistenti in settori del Canale di Sicilia e dell'Adriatico, un fenomeno che per il comparto produttivo non può più essere considerato episodico. L'aumento della temperatura dell'acqua spinge le specie allevate a ridurre l'assunzione di cibo, con effetti diretti sull'economia aziendale: il raggiungimento della taglia commerciale richiesta dalla grande distribuzione si allunga, i cicli produttivi diventano meno prevedibili e aumenta l'esposizione ai costi di gestione.

Perché conta

L'impatto non riguarda solo la crescita dei pesci ma investe la sanità degli allevamenti e la sostenibilità economica di un intero indotto territoriale.

  • Il cambiamento climatico aumenta anche i rischi sanitari negli impianti: secondo l'API, con l'aumento delle temperature crescono le criticità sanitarie e la complessità nella gestione degli impianti, rendendo necessario intervenire sia sull'alimentazione sia sulla densità di allevamento dei pesci per contenere lo stress termico degli animali;
  • La Capitanata mostra la scala economica del problema a livello locale: nel solo territorio di Foggia, secondo dati del Registro Imprese della Camera di Commercio, operano oltre 200 imprese nel comparto ittico in senso lato, un'area che rappresenta storicamente il secondo polo pugliese della pesca e dell'acquacoltura dopo il Tarantino e un pilastro rilevante per l'economia blu regionale;
  • Le aziende stanno già investendo, ma da sole non bastano: secondo l'API, gli allevatori stanno investendo in soluzioni per ridurre l'esposizione ai picchi termici, spingendo il settore verso modelli di maricoltura più resilienti e diversificati; ma la nuova fase non può essere affrontata solo con la capacità di adattamento delle singole imprese, che operano in un contesto ambientale radicalmente cambiato e con difficoltà fino a pochi anni fa inimmaginabili.

Adesso

  • Servono investimenti, spazi marini adeguati e sostegno nella transizione: secondo l'API, per garantire la tenuta della filiera occorrono risorse dedicate, una disponibilità di spazi marini più ampia per diversificare la produzione, e un accompagnamento pubblico nella fase di transizione verso modelli produttivi più resilienti;
  • Confagricoltura Foggia rilancia il tema a livello territoriale: il presidente Filippo Schiavone, componente della Giunta nazionale dell'organizzazione, inserisce la questione in una riflessione più ampia sulla produzione alimentare, sottolineando come la Capitanata possa giocare un ruolo strategico nella produzione di cibo nonostante le difficoltà climatiche in corso;
  • Il settore punta ad accelerare l'adattamento per restare competitivo: l'obiettivo dichiarato della maricoltura italiana è mantenere competitività, sostenibilità e continuità produttiva in un Mediterraneo ormai caratterizzato da condizioni climatiche profondamente mutate, un percorso che richiederà tempo e risorse per tradursi in pratiche diffuse su tutta la filiera nazionale.

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