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Il caldo record e la siccità estiva mettono in ginocchio l'acquacoltura italiana, un settore da 300 milioni di euro

Cos’è successo
Le temperature estreme e la crisi idrica di quest'estate stanno colpendo duramente l'acquacoltura italiana. Secondo l'Associazione Piscicoltori Italiani (API), affiliata a Confagricoltura, il settore ha resistito con tenacia alla siccità ma le perdite di produzione hanno ormai raggiunto livelli critici, tanto da rendere necessario un intervento pubblico strutturale immediato. A pagare il prezzo più alto sono soprattutto le piccole e medie imprese del comparto, in particolare gli impianti di troticoltura e storionicoltura: la trota resta il pesce più allevato in Italia, che è anche il secondo Paese al mondo, dopo la Cina, nella produzione di caviale da storione.
Il danno non è solo idrico ma anche sanitario: il surriscaldamento delle acque fa crollare i livelli di ossigeno disciolto, mettendo a rischio il sistema immunitario dei pesci. Per salvare le biomasse, gli allevatori sono stati costretti a ridurre al minimo l'alimentazione, bloccando crescita e produzione, ad affrontare costi ingenti per l'ossigenazione artificiale, e ad adottare pratiche di riduzione forzata degli stock, con pesanti ripercussioni sulla programmazione produttiva futura e sui mercati.
Perché conta
Il colpo di quest'estate si abbatte su un settore che vale circa 300 milioni di euro e che nel 2024 aveva già mostrato segnali di fragilità legati proprio alla combinazione tra costi energetici e siccità.
La troticoltura aveva già perso il 20% dei volumi nell'annata precedente: secondo l'API, tra il rincaro dei costi legato al conflitto internazionale e un andamento climatico estremamente siccitoso, le troticolture avevano già registrato una flessione del 20% in volume, aggravata dall'impennata dei costi energetici necessari per attingere l'acqua dal sottosuolo e mantenere i pesci in vita, un effetto combinato che aveva anche portato a pezzature ridotte per la trota iridea;
Il settore vale 300 milioni di euro e produce oltre 51mila tonnellate di pesce: la trota resta la produzione principale con 28.700 tonnellate, seguita da orata (9.900 t) e spigola (5.100 t), a cui si aggiungono 1.200 tonnellate di storione e 67 tonnellate di caviale, un risultato che conferma il primato europeo dell'Italia nel comparto;
Le imprese stanno già investendo in mitigazione, ma rischiano di essere vanificate dalla governance idrica: secondo il direttore API Andrea Fabris, le aziende stanno investendo in sistemi per ridurre il fabbisogno idrico, mangimi sostenibili e monitoraggio scientifico delle vasche, ma questo sforzo tecnologico rischia di essere reso inutile da una gestione della risorsa idrica che continua a penalizzare l'acquacoltura rispetto ad altri usi, "senza acqua, il pesce non vive".
Adesso
- L'API chiede che l'acquacoltura diventi priorità di derivazione subito dopo l'uso potabile: la richiesta principale dell'associazione è il riconoscimento dell'allevamento ittico come priorità nell'assegnazione dell'acqua, seconda solo all'uso potabile, per garantire la sopravvivenza degli animali negli impianti;
- Servono deroghe rapide per le PMI ittiche, allo stesso livello dei grandi consorzi: l'API chiede la possibilità, in fase di emergenza, di ottenere deroghe tempestive per le piccole e medie imprese del settore, alla pari di quanto già avviene per i grandi consorzi irrigui agricoli o le centrali idroelettriche;
- La frammentazione della governance idrica resta un ostacolo strutturale da risolvere: l'associazione chiede di superare la frammentazione degli otto Piani di Bacino e dei Piani Regionali di Tutela delle Acque, per evitare squilibri territoriali e stabilire protocolli chiari contro la siccità, oltre a mantenere alta l'attenzione sugli scarichi e le pratiche a monte nei periodi di secca, per evitare che l'inquinamento danneggi ulteriormente le produzioni ittiche a valle.