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Il 77% della nafta coreana, il 96% dell'energia taiwanese: da Hormuz dipende la produzione globale di microchip

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Il 77% della nafta coreana, il 96% dell'energia taiwanese: da Hormuz dipende la produzione globale di microchip

Cosa è successo

La chiusura dello Stretto di Hormuz ha rivelato una vulnerabilità che il settore tecnologico globale aveva ignorato: la produzione di semiconduttori dipende dal Golfo Persico non solo per l'energia, ma per una catena di materiali specializzati difficilmente sostituibili. Secondo uno scenario elaborato da Fab Economics e dal Global Semiconductor Policy Council, un'interruzione di quattro settimane potrebbe causare perdite di capitalizzazione fino a 500 miliardi di dollari nei principali segmenti produttivi; dopo sei settimane le aziende non riuscirebbero più a rispettare gli obiettivi di fatturato; oltre le dieci settimane la carenza si estenderebbe dai nodi avanzati all'intero settore automotive.

L'impatto colpisce tre filiere in parallelo.

  • Sul fronte energetico, Taiwan importa circa il 96% del proprio fabbisogno e il GNL rappresenta tra il 42% e il 47% del suo mix energetico, con circa un terzo proveniente dal Medio Oriente. La Corea del Sud importa dal Golfo oltre il 70% del petrolio greggio e circa il 20% del GNL che alimenta le fabbriche di Samsung e SK Hynix, che insieme producono oltre la metà dei microchip di memoria mondiali.
  • Sul fronte delle materie prime petrolchimiche, la nafta (indispensabile per solventi e plastiche ad alta purezza usati nella produzione di chip) arriva dal Medio Oriente per il 54% delle importazioni asiatiche: la Corea del Sud ne importa il 77% dalla regione, Taiwan tratta cinque milioni di tonnellate l'anno con una dipendenza analoga.
  • Sul fronte dei materiali avanzati, il caso più critico è l'elio: il Qatar da solo produce circa un terzo dell'offerta globale, i recenti attacchi iraniani hanno danneggiato il complesso di Ras Laffan riducendo la produzione del 17%, con tempi di riparazione stimati tra tre e cinque anni. L'industria dei semiconduttori assorbe il 24% della domanda mondiale di elio (quota destinata a salire al 30% entro il 2030) e le scorte disponibili coprono al massimo tre-sei mesi. A complicare ulteriormente il quadro, il reindirizzamento delle rotte intorno al Capo di Buona Speranza comporta costi operativi aggiuntivi stimati tra 2 e 3 miliardi di dollari a settimana, con circa 200 container di elio liquido attualmente bloccati.

Perché è importante

La crisi di Hormuz ha reso visibile ciò che era già strutturale: la filiera dei semiconduttori è stata ottimizzata per l'efficienza dei costi, non per la resilienza geopolitica. Il risultato è una catena di dipendenze concatenate in cui un singolo punto di rottura può propagarsi dall'energia ai materiali alla logistica fino ai chip che alimentano l'intelligenza artificiale, i data center e l'industria automotive globale. Come sintetizza il ricercatore Jin Sil nel rapporto per la KITA, lo shock mediorientale rappresenta un'interruzione strutturale che, sommata alla carenza di materie prime e ai colli di bottiglia logistici, rende qualsiasi tentativo di diversificazione insufficiente a garantire i normali volumi di produzione.

E adesso

  • Per l'UE e per l'Italia la crisi di Hormuz è uno specchio che riflette una doppia esposizione. Come importatori di semiconduttori, entrambi dipendono dalle fonderie asiatiche per i chip che alimentano l'automotive, l'industria manifatturiera e le infrastrutture digitali. Se le fonderie di Taiwan e Corea del Sud trasferiscono i maggiori costi di produzione sui clienti, come la logica di mercato suggerisce, le industrie europee pagheranno il conto di una crisi che non hanno generato e sulla quale non hanno leva.
  • Il secondo livello di esposizione è più diretto. L'ammoniaca, materia prima chiave per i fertilizzanti europei, arriva per il 40,7% dal Medio Oriente, con difficoltà di sostituzione media. Il bromo, utilizzato anche nell'industria chimica e nei materiali ignifughi, registra una dipendenza mediorientale del 97,5% per la Corea del Sud ma rappresenta un rischio analogo per le industrie europee che ne dipendono. Per l'Italia, Paese manifatturiero con una filiera automotive e chimica tra le più esposte ai costi degli input, l'interruzione prolungata delle forniture di nafta e materiali specializzati si traduce in pressione sui margini industriali in un momento già segnato dall'incertezza sui dazi americani.
  • La risposta strutturale richiederebbe di fare per i semiconduttori quello che l'Europa ha tentato, con risultati parziali, per il gas russo dopo il 2022: diversificazione accelerata delle forniture, scorte strategiche, investimenti in capacità produttiva interna. Il European Chips Act va nella direzione giusta, ma punta a portare la quota europea nella produzione mondiale al 20% entro il 2030, un obiettivo che, anche se raggiunto, lascerebbe l'80% della produzione fuori dai confini europei e quindi esposta alle stesse vulnerabilità che Hormuz ha appena reso visibili.

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