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I piani europei per riaprire Hormuz ci sono, ma nessuno è risolutivo

3 min di lettura

Cosa è successo

L'ultimatum di Trump all'Iran per la riapertura dello Stretto di Hormuz scade oggi. Il Presidente americano ha alzato ulteriormente il tono: in un post su Truth, ha minacciato di bombardare le centrali elettriche iraniane e dichiarato che avrebbe fatto "saltare in aria tutto" in assenza di un accordo. Oltre 40 Paesi si sono riuniti in videoconferenza giovedì scorso, convocati dal Regno Unito, per esplorare le opzioni disponibili una volta cessate le ostilità.

Perché è importante

Lo Stretto di Hormuz è il collo di bottiglia energetico del pianeta: attraverso quel corridoio di 33 chilometri passa una quota determinante del petrolio, del gas e dei fertilizzanti che alimentano l'economia globale. La sua chiusura prolungata sta ormai provocando una crisi energetica globali, e l'Europa ne è esposta in modo diretto. In questo contesto, i pianificatori militari europei stanno valutando quattro opzioni, nessuna delle quali risulta però risolutiva.

-Asset navali: la Francia di Macron ha proposto di affiancare le proprie navi mercantili con fregate militari, e Washington ha spinto gli europei e il Giappone a proteggere le imbarcazioni battenti le rispettive bandiere. Il problema è che i sistemi di difesa aerea imbarcati non bastano a fermare attacchi con droni, e il ministro della Difesa tedesco Pistorius ha posto la domanda a cui nessuno riesce a rispondere: cosa può ottenere una manciata di fregate europee dove la Marina americana da sola non ha garantito la sicurezza?
-Dragaggio delle mine: Germania e Belgio si sono dette pronte a inviare dragamine per bonificare lo stretto dopo la guerra. L'ostacolo è che i comandanti militari occidentali non sono convinti che l'Iran abbia effettivamente minato lo stretto, dato che alcune navi iraniane continuano a transitarvi: i dragamine potrebbero essere dispiegati come parte di una scorta navale, ma potrebbero non avere molto da fare.
-Copertura aerea: l'invio di jet da combattimento e droni per intercettare eventuali attacchi iraniani alle navi è l'opzione più cara e anch'essa non garantita: un singolo soldato iraniano su un motoscafo può essere sufficiente a spaventare armatori e assicuratori, rendendo vano qualsiasi schermo aereo.
-Combinazione militare e diplomatica: affiancare tutti gli strumenti militari precedenti con pressione negoziale ed economica su Teheran, chiedendo alla Cina, come ha fatto esplicitamente il ministero degli Esteri tedesco, di usare la propria influenza "in modo costruttivo". Finora, però, la diplomazia non ha prodotto risultati tangibili.

Il rischio economico di fondo resta la stagflazione: prezzi dell'energia e dei fertilizzanti in rialzo che strangolano la già fragile crescita europea.

E adesso?

Funzionari iraniani hanno già dichiarato di voler mantenere il controllo sul traffico nello Stretto anche dopo la fine delle ostilità, con piani concreti per imporre pedaggi su quella che il diritto internazionale definisce una via d'acqua libera. Se questa posizione reggesse, nessuna delle quattro opzioni europee sarebbe sufficiente a ripristinare la libera navigazione senza un coinvolgimento diretto americano, che Trump potrebbe usare come leva negoziale piuttosto che come impegno militare stabile. La diplomazia rimane l'unica via percorribile, ma i suoi limiti sono già visibili: chiedere alla Cina di fare pressione sull'Iran misura anche l'impotenza dell'Europa come attore geopolitico autonomo in una crisi che la colpisce direttamente.

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