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I 2 punti cruciali su cui si gioca il referendum islandese che riaprirebbe i negoziati di adesione all'Ue

Cos’è successo
Sabato 29 agosto gli islandesi sono chiamati a votare su un bivio definito dal governo "ora o mai più": riaprire i negoziati di adesione all'Unione europea o confermare l'attuale status quo nello Spazio economico europeo, un'intesa che garantisce a Reykjavik l'accesso al mercato unico ma la priva di un seggio ai tavoli decisionali di Bruxelles. Il voto non decreterebbe l'ingresso immediato, ma stabilirebbe solo se riaprire i negoziati con le istituzioni europee, con un'eventuale adesione formale che richiederebbe comunque un secondo referendum di ratifica, possibile già nel 2028.
Il rapporto tra Islanda e Ue non è mai stato lineare. Il Paese aveva presentato domanda di adesione nel 2009, dopo una profonda crisi finanziaria, ma i negoziati furono sospesi nel 2013 con l'arrivo al potere di un governo di coalizione euroscettico. Nel frattempo l'economia islandese si è ripresa con forza, facendo venire meno uno dei principali incentivi all'adesione, mentre i colloqui si arenavano sulla delicata questione della pesca, culminata nelle cosiddette "guerre dello sgombro", quando Reykjavik adottò quote unilaterali giudicate eccessive dall'Ue e contestò gli accordi raggiunti tra Bruxelles, Norvegia e Isole Faroe. Nel 2015 il governo islandese comunicò a Bruxelles di non avere più alcuna intenzione di riprendere i colloqui, chiedendo di non essere più considerato Paese candidato. La svolta è arrivata solo nel 2024, con l'insediamento di un governo di coalizione filo-europeo che si è impegnato a indire un referendum sulla ripresa dei colloqui entro il 2027.
Perché conta
La campagna referendaria si gioca soprattutto su un terreno economico molto concreto, con la pesca come nodo centrale sia per motivi materiali sia identitari.
- Il pesce non è solo un settore economico ma una questione di sovranità: pesce e prodotti ittici rappresentano circa il 40% delle esportazioni islandesi, e il controllo sulle acque territoriali del Paese è strettamente legato alla sovranità nazionale; la principale federazione dell'industria della pesca islandese, la SFS, sostiene che l'adesione lascerebbe l'Islanda senza "il potere di agire come uno Stato costiero indipendente", mentre lo stesso governo riconosce che i capitoli su agricoltura e pesca saranno probabilmente i più difficili da chiudere, proprio perché il processo si era interrotto nel 2013 prima che venisse definita una posizione negoziale formale sulla Politica comune della pesca;
- Il quadro geopolitico ha aggiunto un livello di urgenza che non c'era alla decisione iniziale: le minacce del presidente Trump su una possibile acquisizione della Groenlandia, talvolta confusa con l'Islanda, e la trasformazione dell'Artico in un punto nevralgico per terre rare e nuove rotte commerciali hanno spinto la ministra degli Esteri Katrín Gunnarsdóttir a scrivere che "il sistema internazionale con cui abbiamo vissuto dalla fine della Seconda guerra mondiale sta tremando" e che una cooperazione più stretta con l'Ue è "una variabile chiave" per gli interessi islandesi, anche se queste considerazioni di sicurezza non sono ancora entrate pienamente in una campagna rimasta concentrata sulle questioni economiche;
- I sondaggi indicano un testa a testa: un sondaggio di luglio dell'istituto Maskína colloca il "Sì" al 53% e il "No" al 47%, mentre un sondaggio Gallup dei primi di agosto mostra un pareggio esatto al 46% con l'8% di indecisi, un quadro che rende l'affluenza potenzialmente decisiva per l'esito finale.
Adesso
- Una vittoria del "Sì" avvierebbe negoziati che Bruxelles stima potrebbero chiudersi in uno o due anni: l'Islanda ha già chiuso 11 dei 33 capitoli negoziali grazie al suo forte radicamento nel mercato unico (ma nel caso dovranno essere riesaminati), e la Commissione dovrebbe istituire una task force dedicata simile a quella creata per il Montenegro; la commissaria all'Allargamento Marta Kos ha lasciato intendere che Bruxelles potrebbe cercare un terreno comune sulla pesca, ma un'eventuale deroga islandese alla Politica comune rischierebbe di aprire un vaso di Pandora, con le organizzazioni dei pescatori irlandesi già pronte a chiedere lo stesso trattamento;
- Una vittoria del "No" infliggerebbe un duro colpo simbolico alla spinta espansiva dell'Ue: confermerebbe la scarsa attrattiva della prospettiva europea per le nazioni più ricche del Nord Europa, proprio mentre una coalizione di Paesi nordici spinge per ridurre il bilancio comunitario, e rappresenterebbe una pesante sconfitta politica per la premier Kristrún Frostadóttir, rafforzando le correnti euroscettiche e congelando probabilmente il dibattito sull'adesione per anni, se non decenni;
- La partita si inserisce in un momento cruciale per l'agenda di allargamento europea: una decisione islandese di riprendere i colloqui darebbe nuovo slancio al processo, aggiungendo equilibrio geografico ed economico al gruppo dei futuri membri come quello dei Balcani, mentre un rifiuto rappresenterebbe per l'Unione una battuta d'arresto geopolitica, facendo venire meno un'opportunità di consolidare la propria presenza strategica nell'Atlantico del Nord e nell'Artico in una fase di profondo cambiamento degli equilibri mondiali.