Vai all’articolo
FPSUpdatesIntelligence Platform

News & BusinessPolitica Internazionale

Hormuz bloccato da due mesi: profitti record da oltre 5 mld per le commodity house in Svizzera

6 min di lettura
Hormuz bloccato da due mesi: profitti record da oltre 5 mld per le commodity house in Svizzera

Cosa è successo

Dal 28 febbraio 2026 il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz è bloccato per oltre il 90%: circa 10 milioni di barili al giorno fermi, 2.000 navi e 20.000 marittimi intrappolati nel Golfo Persico. L'offerta globale di petrolio è crollata di 10,1 milioni di barili al giorno a marzo, la disruption più grave della storia, con il greggio fisico arrivato a quasi 150 dollari al barile e il diesel di Singapore sopra i 290 dollari, livelli record assoluti.

In questo scenario, una categoria di operatori ha trasformato il caos in profitto: le grandi commodity house con sede in Svizzera. Non è un caso che siano lì. Ginevra e Zugo offrono un'alchimia difficile da replicare: aliquote fiscali effettive tra l'11 e il 14%, un diritto contrattuale ritenuto tra i più affidabili al mondo, una rete bancaria specializzata nel trade finance e, soprattutto, un regime regolatorio che non prevede un'autorità di vigilanza dedicata al settore delle materie prime. Il settore gestisce circa il 35% del commercio mondiale di petrolio, il 60% dei metalli e il 50% dei cereali, contribuendo per il 10% al PIL svizzero. È in questo ecosistema che operano Vitol, Trafigura, Gunvor e Mercuria. Vitol prevede 2 miliardi di dollari di utili nel solo primo trimestre 2026; Trafigura ha chiuso i due trimestri più ricchi della sua storia tra ottobre 2025 e marzo 2026; Gunvor ha guadagnato in tre mesi più che in tutto il 2025; Mercuria punta a rendimenti tra il 25 e il 50%, con utili potenziali fino a 3,2 miliardi di dollari. I margini per barile consegnato fisicamente sono passati da meno di un dollaro a 20-30 dollari.

Ma la crisi di Hormuz ha prodotto un secondo fronte di guadagni, più opaco: la speculazione finanziaria sui futures. La Commodity Futures Trading Commission ha aperto un'indagine formale su almeno due episodi: il 23 marzo, un'ondata di ordini nove volte la media oraria nei minuti prima di un post di Trump che annunciava un rinvio degli attacchi alle infrastrutture iraniane; il 17 aprile, 760 milioni di dollari in venti minuti prima dell'annuncio del ministro Araghchi sulla riapertura dello stretto. Gli operatori sono anonimi; solo le indagini diranno se si è trattato di insider trading in senso tecnico.

Perché è importante

In questo senso, il blocco di Hormuz non è uno shock simmetrico. Colpisce di più gli importatori di energia che gli esportatori, i Paesi poveri più di quelli ricchi, chi ha riserve scarse più di chi ne ha in abbondanza. I perdenti si distribuiscono per fasce geografiche nette.

Asia orientale e meridionale assorbivano l'84% del greggio transitante per lo stretto: Cina, India, Giappone e Corea del Sud insieme il 70%. Filippine, Pakistan, Bangladesh, Zimbabwe e Vietnam sono già in emergenza carburante; Manila ha dichiarato lo stato di emergenza energetica nazionale il 24 marzo. L'India è colpita su due fronti simultanei: oltre il 60% delle importazioni di petrolio proviene dal Medio Oriente, e Qatar e UAE coprono il 53% delle importazioni di GNL. L'Europa, meno esposta sul greggio grezzo, è vulnerabile sui carburanti raffinati, diesel e jet fuel, sul GNL del Qatar e sui fertilizzanti: il 46% del commercio globale di urea transita dal Golfo, con le forniture interrotte proprio all'inizio della stagione di semina nell'emisfero nord. A livello globale, i prezzi dell'urea sono aumentati del 50%. Inoltre, l'Ue stima un aumento del 70% dei prezzi del gas e del 50% del petrolio, per una bolletta aggiuntiva di 13 miliardi di euro.

  • Sul fronte dei vincitori, il caso più netto è la Russia: i ricavi giornalieri da idrocarburi sono risaliti da 501 milioni di dollari di gennaio 2026 a 554 milioni entro due settimane dall'inizio della guerra, con le esportazioni verso l'India tornate a 1,8-2,2 milioni di barili al giorno;
  • Il caso cinese è più complesso. Nel breve periodo Pechino regge meglio degli altri: le riserve strategiche coprono tre-quattro mesi di domanda, contro i 30 giorni dell'India, e Iran ha inizialmente consentito il transito alle sole navi a proprietà cinese. Ma la resilienza ha un costo: Pechino perde l'accesso al greggio iraniano scontato, il più economico che aveva, e si lega sempre più al fornitore russo in un rapporto asimmetrico dove Mosca guadagna leva sul suo principale cliente. Il vantaggio cinese è su un piano diverso, strutturale: la crisi sta accelerando globalmente la domanda di solare, eolico, batterie e veicoli elettrici, industrie in cui la Cina è già dominante e che stava già esportando aggressivamente prima della guerra.

E adesso?

  • Anche quando lo stretto riaprirà, i flussi impiegheranno mesi a tornare alla normalità: le infrastrutture energetiche danneggiate potrebbero richiedere fino a tre anni per essere ricostruite. Il dibattito politico sui profitti delle commodity house è già aperto in Svizzera. Il parlamentare verde Raphaël Mahaim chiede una tassazione straordinaria immediata, sostenendo che quei profitti sono la diretta conseguenza di un conflitto che peserà sul costo della vita svizzero, e che il gettito potrebbe finanziare misure sociali compensative. Ma la leva è fragile: le stesse aziende ricordano che dopo le sanzioni alla Russia nel 2022 i trader del greggio russo si trasferirono a Dubai, dove gestiscono la cosiddetta "flotta fantasma" del Cremlino, e che norme più severe potrebbero spingere gli operatori verso altri Paesi;
  • Sul piano delle rotte alternative, la crisi ha rilanciato l'IMEC, il corridoio India-Medio Oriente-Europa, come risposta alla dipendenza da Hormuz. Al vertice informale Ue di Cipro del 23-24 aprile, Ursula Von Der Leyen ha dichiarato che "è giunto il momento di promuovere progetti di connettività promettenti come l'IMEC", annunciando la disponibilità dell'Ue a collaborare con i paesi del Golfo per diversificare le infrastrutture di esportazione e "ridurre la dipendenza dal solo collo di bottiglia dello Stretto di Hormuz". Il problema è che il progetto, annunciato al G20 di Nuova Delhi nel 2023, resta in gran parte sulla carta;
  • Il porto israeliano di Eilat, terminale previsto del corridoio orientale, ha registrato un crollo dell'attività dell'85%, la normalizzazione israelo-saudita si è interrotta e il segmento più critico del tracciato, quello che attraversa Israele, Giordania e Arabia Saudita, resta sospeso. Il paradosso centrale è che le infrastrutture non possono esprimere il loro potenziale in un clima di insicurezza, e tutti i partecipanti all'IMEC dovranno contribuire ad affrontare la stessa guerra nel Golfo che il corridoio dovrebbe aggirare. La crisi sta già ridisegnando le rotte energetiche globali e le gerarchie industriali del prossimo decennio.

FPS / NELLA TUA INBOX

Il contesto fa la differenza.

Continua a seguire i temi che contano con le newsletter di FPS Updates.

Scopri le newsletter
Tutti gli articoli ↗
Politica Internazionale

3 cose da sapere dei negoziati Usa-Russia sull'Ucraina e 3 possibili scenari

Politica Internazionale

La carenza di finanziamenti costringe il Programma Alimentare Mondiale a tagliare gli aiuti a 500 mila abitanti di Gaza

Politica Internazionale

Otto Paesi Ue vanno al voto in 12 mesi e le elezioni possono cambiare l'Europa

Hormuz bloccato da due mesi: profitti record da oltre 5 mld per le commodity house in Svizzera | FPS Updates