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Gli USA si candidano a gatekeeper globale dei chip AI
Cosa è successo
Bloomberg ha rivelato che il Commerce Department americano ha redatto un regolamento che estenderebbe il controllo federale sull'export di chip AI a tutto il mondo, non più solo ai Paesi avversari. La bozza, 129 pagine alla sesta iterazione, è già uscita dal Commerce (con la firma del segretario Howard Lutnick) e si trova ora all'Office of Management and Budget per la revisione interagenzia, con scadenza giovedì prossimo.
Il meccanismo è a soglie crescenti.
- Fino a circa 1.000 GPU di ultima generazione (il riferimento sono le GB300 di Nvidia), revisione semplificata con alcune esenzioni;
- per cluster più grandi, pre-approvazione con condizioni che possono includere la disclosure del modello di business e visite ispettive da parte di funzionari americani;
- oltre i 200.000 chip per singola azienda in un singolo Paese, serve un accordo governo-a-governo, con l'impegno del Paese acquirente a investire nell'infrastruttura AI domestica americana.
In pratica, il governo degli Stati Uniti diventerebbe l'autorità di approvazione per qualsiasi data center AI di scala significativa nel mondo.
La Casa Bianca, però, ha preso le distanze. Un funzionario ha detto ad Axios che la bozza "non riflette la posizione di Trump sugli export control né la direzione dell'amministrazione nell'incoraggiare l'export dello stack AI americano". Un altro l'ha definita "un set di idee molto, molto preliminare".
Fonti interne la chiamano ironicamente "diffusion 2.0", visto che è proprio il regolamento di Biden che Trump ha smantellato l'anno scorso tacciandolo di essere eccessivamente restrittivo.
Il Commerce Dept., dal canto suo, respinge il paragone e insiste che il modello è un altro: la formalizzazione degli accordi bilaterali già siglati con Emirati Arabi e Arabia Saudita, in cui l'accesso ai chip è condizionato a investimenti reciproci negli USA. Il FT aggiunge poi un dettaglio notevole: come condizione per ottenere le licenze di export degli H200 verso la Cina, Jensen Huang avrebbe accettato di cedere al governo americano il 25% dei ricavi derivanti da quelle vendite.
Perché è importante
Il regolamento di Biden divideva il mondo in fasce di rischio per Paese, con gli alleati stretti sostanzialmente esentati, gli avversari bloccati e il resto sottoposto a limiti. La bozza dell'amministrazione Trump ribalta l'impostazione, quindi tutti devono chiedere il permesso. Per gli alleati la procedura sarà presumibilmente più snella, ma cambia il principio: l'accesso ai chip AI non è un diritto nemmeno per chi fa parte della NATO.
È l’altra faccia della medaglia della trappola di dipendenza tecnologica che abbiamo visto dall'Europa qualche giorno fa. Lì il problema era la vulnerabilità di chi dipende; qui si formalizza il potere di chi controlla.
I chip AI sono oggi il bene strategico per eccellenza. Chi li produce (Nvidia, in larga misura) e chi ne regola il flusso (Washington) detiene una leva senza equivalenti recenti.
La clausola dell'investimento "matching" trasla la cosa esplicitamente in politica economica. Vuoi costruire un data center da un gigawatt? Investi altrettanto negli USA.
E adesso?
La bozza è ancora quello, un bozza. C’è evidente distanza tra il Commerce e la Casa Bianca, e Trump ha usato finora i chip come leva negoziale bilaterale, non come strumento regolatorio universale (basti pensare ai dazi). Il fatto che il Commerce Dept. sia arrivato a una sesta iterazione da 129 pagine suggerisce però che l'apparato burocratico si sta muovendo con una sua inerzia, indipendentemente da ciò che il presidente vuole dichiarare in pubblico. Se anche questa versione dovesse naufragare, il principio — gli USA come gatekeeper globale del compute AI — rimane sul tavolo. E chiunque stia pianificando infrastruttura AI fuori dai confini americani ne dovrà tenere conto.