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Dopo l'Iran, Maga si spacca: i quattro pilastri di Trump sotto pressione
Cosa è successo
La guerra all'Iran è un pattern che si ripete. La presidenza Trump aveva già mostrato una tendenza alle decisioni improvvise e prive di quadro strategico: le minacce sull'acquisizione della Groenlandia, gli ultimatum ai partner Nato, la gestione dei dazi. Il 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi contro l'Iran senza preavviso al Congresso né agli alleati europei. Nei quaranta giorni successivi, Trump ha emesso una serie di ultimatum contraddittori tra cui scadenze spostate, minacce a infrastrutture civili, poi rinvii, fino alla dichiarazione dell'8 aprile: "Un'intera civiltà morirà stanotte". Poche ore dopo ha annunciato una tregua di due settimane mediata dal Pakistan, definendola "una grande giornata per la pace mondiale".
Il bilancio militare è però rimane controverso: nessuno dei principali obiettivi dichiarati - smantellamento del programma nucleare, eliminazione delle capacità balistiche (anche se ridotte del 90%), caduta del regime - è stato conseguito. Lo Stretto di Hormuz rimane sotto controllo iraniano. E questa guerra, insieme agli avvenimenti precedenti, ha innescato una frattura anche all’interno della coalizione Maga: Carlson, Levin, Loomer e influencer con decine di milioni di ascoltatori hanno attaccato l'accordo con l’Iran. C’è lo vede come una resa, chi come una guerra che non avrebbe mai dovuto essere combattuta.
Perché è importante
Ciò che rende questa crisi significativa non è solo la guerra in sé, ma quello che rivela sullo stato della presidenza. Trump ha costruito il suo consenso su quattro pilastri:
•una base elettorale coesa;
•una rete mediatica fedele;
•il partito repubblicano compatto;
•e un forte culto della personalità.
La base elettorale si erode sul terreno economico: la guerra ha fatto salire i prezzi dell'energia. La rete mediatica si è incrinata dall'interno: Tucker Carlson ha definito le minacce iraniane "vili a ogni livello"; Mark Levin, che aveva sostenuto i bombardamenti, parla ora di "disastro assoluto"; Laura Loomer chiama l'accordo un "fallimento". A questi si aggiungono Joe Rogan, Theo Von e Tim Dillon, podcaster con decine di milioni di ascoltatori giovani. Lo scrittore conservatore Scott Greer scrive che "non è più popolare essere pro-Trump su internet", una frase impensabile due anni fa. Sul culto della personalità, i casi di Bondi e Hegseth dicono molto. Il procuratore generale è stato licenziato dopo aver insabbiato i dossier Epstein e non aver perseguito gli avversari politici del presidente. Hegseth ha rimosso un alto ufficiale militare su pressione della Casa Bianca. Due episodi che mostrano quanto sia stretta la distanza tra fedeltà istituzionale e fedeltà personale nell'amministrazione Trump, e quanto facilmente la prima venga sacrificata alla seconda. Con le elezioni di metà mandato di novembre all'orizzonte, il partito repubblicano si trova a dover difendere una presidenza che ha perso il controllo della narrazione anche al suo interno.
E adesso?
Gli scenari per la presidenza Trump sono potenzialmente tre:
•Il primo è la stabilizzazione: l'inquilino della Casa Bianca chiude un accordo a Islamabad e rivendica la vittoria. I suoi alleati più pragmatici puntano sull'economia come terreno di recupero – debito studentesco, housing, occupazione, confidando che la base torni a compattarsi su temi domestici;
•Il secondo è l'escalation: se la tregua collassa, Trump si troverebbe davanti a una guerra più lunga con costi economici crescenti, una coalizione mediatica ulteriormente erosa e un partito repubblicano sempre meno in grado di proteggere la sua narrativa a pochi mesi dal voto di Midterm novembre;
•Il terzo scenario, oggi minoritario ma non più impensabile, è la paralisi istituzionale. Una Camera conquistata dai democratici renderebbe operative le procedure di impeachment. Il 25° emendamento, la rimozione per incapacità, torna a circolare anche in ambienti repubblicani.