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Dopo 5 mesi di guerra l'Arabia Saudita si unisce agli Usa nei raid contro obiettivi filo-Iran e rischia di essere trascinata nel conflitto

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Dopo 5 mesi di guerra l'Arabia Saudita si unisce agli Usa nei raid contro obiettivi filo-Iran e rischia di essere trascinata nel conflitto

Cos’è successo

Dopo esattamente cinque mesi dall'inizio del conflitto il 28 febbraio, con gli attacchi congiunti di Israele e Usa all’Iran, l'Arabia Saudita ha infranto la propria sofferta linea di moderazione. Per mesi, la corte di Riyadh ha tentato di evitare un coinvolgimento diretto nella crisi mediorientale, mantenendo aperti i canali diplomatici con Teheran per salvaguardare l'accordo di distensione siglato nel 2023 sotto l'egida della Cina. Tuttavia, la pressione militare ha superato il livello di guardia. Negli ultimi giorni, sottolinea la Cnn, il Regno si è ritrovato sotto pressione su tre fronti coordinati dall'Iran: le milizie Houthi in Yemen hanno intensificato i raid missilistici contro gli impianti di Jazan sul Mar Rosso e imposto un blocco navale nello stretto di Bab al-Mandeb; parallelamente, le milizie sciite irachene hanno lanciato droni kamikaze verso Riyadh e la Eastern Province.

Di fronte alla paralisi delle esportazioni di greggio, la pazienza saudita è giunta al limite. Nelle ultime ore, l’Aeronautica Saudita, operando in stretta sinergia con le forze Usa del Centcom (il Comando Centrale degli Stati Uniti che opera nell’area), ha condotto raid aerei di precisione contro basi e depositi d'armi delle milizie nell'est dell'Iraq. L'intervento segna una rottura considerevole: Riyadh accetta il rischio di una guerra aperta pur di tutelare le proprie infrastrutture strategiche.

Perché conta

Gli elementi fondamentali che spiegano la portata dell'escalation militare e la svolta tattica saudita possono essere riassunti in tre punti.

  • L'intensificazione degli attacchi e l'impatto economico: le incursioni missilistiche degli Houthi contro le raffinerie di Jazan e il blocco di Bab al-Mandeb mettono a rischio la strategia saudita di deviare le esportazioni di petrolio verso il Mar Rosso, pensata per aggirare la chiusura dello stretto di Hormuz;
  • La partecipazione dei caccia di Riyadh ai bombardamenti in Iraq rappresenta una prima volta storica, superando la dipendenza dalle risposte delegate a Washington e dimostrando l'operatività dei propri sistemi d'arma avanzati;
  • Il messaggio inviato a Teheran: le incursioni chirurgiche sulle roccaforti irachene fissano una linea rossa, chiarendo che Riyadh non intende più tollerare la guerra d'attrito condotta dalle milizie regionali legate all’Iran senza rispondere con azioni dirette, che in gergo militare si definirebbero “cinetiche”.

Adesso

Sulla base degli ultimi sviluppi sul campo, si aprono tre possibili scenari per il futuro politico e strategico della regione.

  • L'ingresso nel conflitto rischia di compromettere il piano di riforme Vision 2030, gravando sui conti pubblici sauditi che registrano il maggior deficit dal 2018 e costringendo a ridimensionare i megaprogetti a causa del rischio di nuove ritorsioni alle raffinerie;
  • La distensione del 2023 con l'Iran appare compromessa e l'Arabia Saudita si ritrova vulnerabile su tre fronti ostili in Yemen, Iraq e nel Golfo, mentre si riaccendono le divergenze tattiche con gli Emirati Arabi Uniti nel Mar Rosso;
  • L'asse militare con le forze Usa si rafforza, pur in un quadro diplomatico confuso in cui Donald Trump rivendica negoziati "positivi e produttivi" che l'Iran tuttavia smentisce seccamente, minacciando ritorsioni contro chi supporta l'azione americana.

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