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Domanda di adesione ferma da 4 anni: i risultati delle elezioni in Kosovo allontanano Pristina dall'Ue

Cos’è successo
Il 7 giugno 2026 il Kosovo ha tenuto le sue terze elezioni parlamentari in poco più di un anno. Il partito di Albin Kurti, Vetevendosje, ha ottenuto circa il 43% dei voti, meno del 51% di dicembre 2025, senza raggiungere la maggioranza necessaria per governare da solo.
Il voto è il prodotto di un'escalation istituzionale precisa: dopo che le elezioni del febbraio 2025 non avevano prodotto un governo, quelle di dicembre avevano ridato a Kurti una vittoria netta, ma il parlamento ha comunque mancato la scadenza costituzionale per eleggere il presidente, incapace di convincere l'opposizione a votare il candidato designato, il ministro degli Esteri Glauk Konjufca. Il 28 aprile 2026 l'assemblea è stata sciolta per la terza volta.
Perché conta
Il risultato di domenica non è una semplice ripetizione della crisi: è un ulteriore rallentamento sul percorso europeo del Kosovo, iniziato con la richiesta di annessione a dicembre 2022. Bruxelles continuerà a fare pressione per riforme e trasparenza necessarie per avvicinarsi agli standard europei, ma l'instabilità politica lascia il Kosovo senza strutture di governo pienamente funzionanti, ritardando le riforme e i fondi Ue. Ogni tornata elettorale è un anno perso sul calendario dell'adesione e il calendario pesa, perché gli altri candidati avanzano. Come ha detto Tajani a Berlino, "non possiamo lasciare i Balcani nelle mani dei russi, dei turchi, dei sauditi e dei cinesi": la presenza europea nella Regione deve diventare parte principale dell'azione verso oriente. Ma per esercitare quella presenza, servono interlocutori stabili e Pristina, oggi, non lo è.
- Il percorso di adesione è in stallo. La condizione centrale posta da Bruxelles è il progresso sul dialogo con la Serbia, verso un accordo giuridicamente vincolante. Senza risoluzione su questo dossier, i negoziati di adesione non possono avanzare oltre le fasi iniziali. L'accordo di Ohrid del 2023 fu firmato ma mai implementato; Kurti rifiuta concessioni senza riconoscimento formale dell'indipendenza. Il problema non è solo bilaterale: cinque Stati membri Ue non riconoscono l'indipendenza del Kosovo – Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia e Spagna – il che riduce la candidatura a "potenziale" e indebolisce la stessa credibilità normativa dell'Unione nella regione;
- Lo stallo blocca miliardi e svuota la leva Ue. Il parlamento deve ratificare un miliardo di euro in accordi di prestito da Ue e Banca Mondiale, con scadenze ravvicinate. Il vuoto istituzionale ha già ritardato l'accesso a fondi europei e internazionali disponibili al Paese. Ogni mese perso è un mese in cui la condizionalità europea – il principale strumento di influenza di Bruxelles – si svuota di credibilità, mentre attori concorrenti consolidano la propria presenza;
- Gli altri candidati avanzano, il Kosovo resta fermo. Il Montenegro è oggi il frontrunner per la prossima adesione Ue, con riforme strutturali in corso e un pacchetto di allargamento atteso per fine 2026. Il divario tra Pristina e gli altri candidati balcanici si allarga a ogni tornata elettorale e con esso si allarga il rischio che il Kosovo diventi il buco nero geopolitico della Regione, vulnerabile alle influenze esterne proprio perché escluso dalla traiettoria europea.
Adesso
- Il nuovo parlamento dovrà affrontare la stessa sfida irrisolta: eleggere un presidente con almeno 80 voti su 120, soglia che richiede un consenso trasversale che finora nessuno ha saputo costruire. Se anche questa assemblea fallisce, si apre il rischio di un quarto voto;
- Per l'Ue il nodo è di governance interna oltre che esterna: un'adesione unificata dei Balcani occidentali modificherebbe gli equilibri di voto nel Consiglio europeo in modo significativo. Il Kosovo, il Paese più giovane d'Europa, con una popolazione a maggioranza favorevole all'integrazione, è anche il più fragile istituzionalmente. Ammetterlo senza riforme solide significherebbe importare instabilità; non ammetterlo significa lasciarlo esposto;
- La variabile decisiva rimane la Serbia. Tutti e 27 i membri Ue concordano sul fatto che l'adesione tanto di Belgrado quanto di Pristina sia auspicabile, e Bruxelles ha fatto della normalizzazione dei rapporti bilaterali una precondizione esplicita per entrambi. Finché Kurti e Vučić rimangono in posizioni inamovibili, né il Kosovo né la Serbia avanzano e l'intera architettura dell'allargamento balcanico resta ostaggio di questa impasse.