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Dentro il piano Usa per l’Iran: raid mirati, non invasione totale

3 min di lettura

Cosa è successo

Tra fine marzo e inizio aprile 2026, gli Stati Uniti hanno inviato diverse centinaia di forze speciali, inclusi elementi dello U.S. Army Rangers e dei Navy Seals, in Medio Oriente, che si vanno ad aggiungere a circa 2.500 Marines a bordo della USS Tripoli e a reparti della 82ª Divisione Aviotrasportata dello U.S. Army arrivati di recente nella regione. Attualmente, le truppe USA nell’area CENTCOM (quella che supervisiona il Medio Oriente) superano ora le 50mila unità -- circa 10mila in più rispetto ai livelli normali.

Perché è importante

Questo dispiegamento rappresenta un'importante evoluzione. Da una parte, gli Stati Uniti mandano un segnale esplicito all'Iran: sono pronti ad intervenire via terra, qualora il regime non accettasse le richieste americane su nucleare, missili e Hormuz. Dall'altra, l'invio di truppe suggerisce la presenza di piani e missioni già definite.

E adesso?

Se guardiamo al connubio tra la retorica pubblica di Trump e le azioni della sua amministrazione, un attacco di terra è assolutamente possibile. Più difficile è valutare le probabilità. Trump inoltre generalmente preferisce intervenire nel weekend, a mercati chiusi. Un'eventuale operazione di terra da parte degli Stati Uniti contro l'Iran sarebbe però nettamente diversa dalla campagna contro l'Iraq del 2003 -- che allora vide il dispiegamento di oltre 200mila effettivi. In questo caso, realisticamente, gli Stati Uniti si stanno preparando per un'operazione più simile a quella contro il Venezuela o alla prima fase della guerra in Afghanistan del 2001. In questi casi, team di forze speciali verrebbero impiegate per missioni chirurgiche, sostenute dalla componente aerea e da operazioni cibernetiche. È possibile immaginare tre tipi di obiettivi:
-la famosa isola di Kharg, centrale non solo per il controllo del Golfo Persico da parte dell'Iran (dove però le forze militari iraniane sono già state neutralizzate), ma anche per il suo export petrolifero, che quindi se conquistata porterebbe allo strozzamento economici del Paese.
-siti nucleari tra cui Natanz e Isfahan;
-impianti per la produzione di missili.

L'Iran, secondo il Wall Street Journal, sta reclutando volontari, anche minori, per resistere ad un attacco di terra. È facile immaginare che alcuni di questi siti saranno dunque estremamente protetti, quanto meno numericamente. In caso di attacco, ci saranno dunque numerose vittime, anche tra le forze americane. Proprio per questa ragione è realistico che vi possano essere operazioni diversive, volte cioè a distrarre le forze iraniane verso obiettivi in realtà considerati secondari.

Parallelamente, si può assumere quale potrebbe essere la risposta iraniana: un attacco sulle petroliere nel Golfo o, addirittura, contro infrastrutture critiche nella regione finora risparmiate dagli attacchi (come impianti energetici e per la desalinizzazione dell'acqua). Per questa ragione, parte della campagna dovrebbe includere anche azioni volte a neutralizzare le minacce (missili, mine navali) sia alla fonte con attacchi diretti che a valle, attraverso difese attive. A meno di un successo devastante dell'operazione, è difficile che l'invio di terra possa essere risolutivo e dunque riaprire il traffico nel canale di Hormuz.

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