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Dazi e guerra in Iran affossano l'export del vino italiano: -19%, i nuovi mercati sono Mercosur e India

Cosa è successo
A un anno dall'introduzione dei dazi statunitensi e in uno scenario segnato da forti tensioni geopolitiche, Federvini si è presentata alla 58ª edizione del Vinitaly con i dati dell'Osservatorio realizzato in collaborazione con Nomisma e TradeLab. A gennaio 2026, le esportazioni italiane di vino scendono a 470 milioni di euro, in calo del 19% rispetto allo stesso mese del 2025. Su base annua mobile, il totale arretra a 7,7 miliardi di euro, il livello più basso dalla fine del 2022.
Il confronto è in parte distorto dal cosiddetto "front-loading": a inizio 2025 gli importatori americani avevano accelerato gli acquisti per anticipare i dazi di Trump, gonfiando artificialmente la base di raffronto. Ma la correzione tecnica non esaurisce la lettura: la dinamica è negativa in tutte le categorie, con i vini imbottigliati a -20% a 312 milioni di euro e gli spumanti a -15% a 128 milioni. E il calo non riguarda solo gli Stati Uniti: la Germania scende del 15,1%, il Regno Unito del 18,6%, la Svizzera del 20,8%.
Il fronte americano resta il più pesante. L'export verso gli Usa chiude il 2025 a -12% a valore per effetto dei dazi, peggiorando a -34% nel primo bimestre 2026. Due segnali positivi, pur da valori assoluti ancora modesti: la Russia rimbalza a 12,7 milioni di euro (+38,4%) e la Cina segna 5,4 milioni (+8,6%).
Perché è importante
Il vino è diventato, suo malgrado, un indicatore geopolitico. La mappa delle perdite racconta l'anatomia del nuovo disordine commerciale: Stati Uniti, Canada e Regno Unito, il blocco anglosassone, concentrano la quota maggiore del calo, mentre l'Europa continentale regge parzialmente e i mercati emergenti mostrano segnali timidi ma reali. Non è una crisi di prodotto: è una crisi di architettura commerciale globale. La guerra in Iran e l'instabilità dello Stretto di Hormuz aggravano un quadro già deteriorato, alzando i costi logistici e comprimendo i margini delle cantine esportatrici.
L'Italia però regge meglio dei concorrenti. Il comparto italiano mostra una resilienza superiore rispetto a Francia (-4,4%), Spagna (-5,1%), Cile (-10,2%) e agli stessi Stati Uniti, che hanno visto crollare il proprio export del 36%. Una resilienza relativa, non un successo, ma che conta nel posizionamento competitivo di medio termine.
Non tutti i segmenti soffrono allo stesso modo. I dati Nomisma per UniCredit mostrano una divergenza significativa: i bianchi fermi DOP della Sicilia crescono del 2,4% e, contro ogni aspettativa, aumentano l'export verso gli Stati Uniti dell'8,4%, mentre la media dei vini italiani negli Usa perde quasi il 13%. I rossi DOP siciliani, trainati al ribasso proprio dal mercato americano, cedono invece l'11%. Da questi dati emerge come, quando il dazio alza il prezzo al consumo, il compratore americano seleziona e premia i prodotti percepiti come insostituibili. L'identità territoriale diventa un asset commerciale, non solo culturale. Sul mercato interno, la contrazione è strutturale e di lungo periodo. Secondo la stessa ricerca Nomisma, gli italiani over 60 che dichiaravano di bere vino abitualmente erano il 70% quindici anni fa, oggi sono il 54%.
E adesso?
- Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervenuto all'inaugurazione di Vinitaly, ha ricordato che l'Italia detiene oltre il 23% dell'export mondiale di vino, e ha annunciato per il 2026 l'obiettivo di rafforzare la competitività del settore attraverso 61 iniziative promozionali in 24 mercati prioritari. La diversificazione geografica è la risposta che il sistema-Paese ha scelto di perseguire.
- Dal Primo maggio entra in vigore in via provvisoria l'accordo Ue-Mercosur, che apre l'accesso a un mercato da 260 milioni di abitanti e 3.000 miliardi di dollari di PIL, dove negli ultimi cinque anni le importazioni di vino sono cresciute del 45% e i vini rossi italiani - toscani e piemontesi in testa - stanno consolidando una reputazione crescente. L'accordo con l'India è potenzialmente ancora più dirompente: 1,47 miliardi di abitanti, dazi storicamente al 150% destinati a scendere verso il 20-30%, e un export di prosecco già cresciuto del 165% nell'ultimo quinquennio. L'accordo con l'Australia elimina completamente le tariffe doganali su un mercato che vale già oltre 540 milioni di euro in importazioni totali.
- Il rischio reale è che questi accordi arrivino troppo tardi per compensare le perdite in corso. I nuovi mercati richiedono investimenti in distribuzione e presidio che le cantine più esposte al calo americano potrebbero non avere. Secondo un'analisi Coldiretti presentata a Vinitaly, liberare il vino italiano da burocrazia, dazi e narrazioni penalizzanti potrebbe generare un valore aggiunto di 1,6 miliardi di euro per le aziende vitivinicole. La vera partita geopolitica per il vino italiano non si gioca solo sui dazi di Trump: si gioca sulla velocità con cui il sistema riesce a trasformare accordi commerciali in presenza distributiva concreta, prima che Francia e Spagna - oggi in difficoltà, ma con reti internazionali più strutturate - recuperino terreno nei mercati di domani.