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Dall'Ue 620 milioni per la Siria in due anni: aiuti finanziari e partnership politica

Cosa è successo
Il 20 aprile 2026, la Commissione europea ha proposto la piena ripresa dell'Accordo di cooperazione Ue-Siria: il quadro che regola le relazioni commerciali tra Bruxelles e Damasco dal 1977, sospeso parzialmente nel 2011 in risposta alla repressione di Assad. La proposta si inserisce in una sequenza diplomatica avviata dopo la caduta del regime nel dicembre 2024: a maggio 2025 l'Ue ha revocato tutte le sanzioni economiche alla Siria, a gennaio 2026 von der Leyen si è recata a Damasco annunciando i tre pilastri del nuovo partenariato:
- partnership politica;
- cooperazione commerciale rafforzata;
- un pacchetto finanziario di circa 620 milioni di euro per il biennio 2026-2027.
La proposta dovrà ora essere adottata formalmente dal Consiglio e notificata alle autorità di transizione siriane, in vista del Dialogo politico ad alto livello Ue-Siria dell'11 maggio 2026.
Perché è importante
La Commissione è esplicita nel riconoscere che la ripresa dell'accordo ha soprattutto un valore politico, un segnale inequivocabile di normalizzazione delle relazioni Ue-Siria, più che un effetto economico immediato. Lo confermano i dati: nel 2024 l'interscambio Ue-Siria era crollato a 368 milioni di euro rispetto ai 7 miliardi del 2010, composto quasi interamente da aiuti umanitari. Revocare le ultime restrizioni formali non cambia molto sui flussi reali, il commercio bilaterale era già azzerato.
Il vero significato della mossa va letto su almeno tre livelli:
- la gestione dei flussi migratori: diversi Paesi europei hanno interesse a che i rifugiati siriani arrivati durante la guerra civile facciano ritorno in patria. Un quadro di cooperazione stabile e finanziamenti alla ripresa sono la precondizione politica perché quei rientri possano avvenire in modo ordinato;
- il riposizionamento geopolitico: la Siria post-Assad è diventata un'arena di competizione tra attori regionali e globali. La Turchia si è affermata come interlocutore privilegiato di Damasco; gli stati del Golfo stanno approfondendo il loro impegno attraverso accordi di investimento e supporto alle infrastrutture. L'UE, se non consolida ora la sua presenza, rischia di restare marginale nel ridisegno del Paese;
- le condizionalità implicite: la ripresa dell'accordo non è accompagnata da condizioni esplicite vincolanti, ma la Commissione la definisce un sostegno a una "transizione pacifica e inclusiva", un linguaggio che lascia aperta la questione di cosa accade se quella transizione si rivela tutt'altro.
Il quadro interno siriano resta, infatti, instabile. Violenze su base identitaria, incluse stragi di civili alawiti e drusi nel marzo e luglio 2025 da parte di forze governative e alleate, hanno segnato la transizione. Il governo di transizione non ha ancora avviato procedimenti penali efficaci contro i responsabili di quelle violenze, né contro gli ex funzionari del regime accusati di crimini di guerra. Al-Sharaa governa un Paese che ha bisogno di ricostruzione, la Banca Mondiale stima i costi a quasi 216 miliardi di dollari, ma la cui coesione interna non è garantita.
E adesso?
L'11 maggio 2026 si terrà il primo Dialogo politico ad alto livello Ue-Siria: sarà il primo test concreto per verificare se la normalizzazione diplomatica si traduce in impegni misurabili su governance, inclusività e diritti delle minoranze. I diplomatici europei non escludono che l'UE possa puntare a un accordo più ambizioso nel medio termine. Sul versante del Consiglio Ue, la proposta della Commissione deve ora ottenere l'approvazione degli stati membri.