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Dall'Ucraina al Golfo: due crisi alimentari, meccanismi opposti

Dall'Ucraina al Golfo: due crisi alimentari, meccanismi opposti

3 min di lettura

Cosa è successo

Nel 2022 la guerra in Ucraina aveva colpito il sistema alimentare globale da entrambi i lati del bilancio. Russia e Ucraina erano esportatori dominanti di grano, mais, orzo e olio di girasole, e la guerra aveva rimosso quei prodotti dal mercato nel momento peggiore possibile: domanda post-pandemica eccezionalmente forte, scorte globali già ridotte da raccolti scarsi nel 2021, e contestuale blocco delle esportazioni russe di gas e fertilizzanti. Il risultato fu una spirale inflazionistica: offerta distrutta, domanda intatta, costi degli input esplosi. L'indice FAO dei prezzi alimentari raggiunse il massimo storico nel marzo 2022. Invece, il conflitto di queste ore in Medio Oriente e nel Golfo Persico genera uno shock di intensità analoga, forse superiore, sui mercati energetici e dei fertilizzanti. Ma la struttura del problema è capovolta. Il grano, il mais e la soia nel mondo ci sono. Quello che è venuto meno è la domanda: i Paesi del Golfo importano tra il 70 e il 90 per cento del proprio fabbisogno alimentare, e con le rotte marittime paralizzate quella domanda è in parte evaporata dai mercati globali.

Perché è importante

La differenza non è solo accademica: cambia radicalmente chi paga il prezzo della crisi e come. Nel 2022 il problema era la scarsità fisica di cibo e i governi dovevano trovare grano per le proprie popolazioni. Oggi il problema è opposto: un agricoltore brasiliano o statunitense può avere il magazzino pieno di soia o mais, ma si trova senza compratori nel Golfo mentre paga gasolio e urea per i fertilizzanti, a prezzi record. La compressione non avviene sui prezzi al consumo, almeno non nell'immediato, ma sui margini agricoli. Le simulazioni Fao lo confermano con precisione: nello scenario di conflitto prolungato sul Golfo, il reddito reale dei produttori cerealicoli latinoamericani cala del 7,27% nel 2026, contro una riduzione dei consumi alimentari delle famiglie globali dell'1,3%. I produttori agricoli assorbono la crisi attraverso la compressione dei margini, senza poter scaricare interamente i costi degli input sui prezzi finali. Per le famiglie a basso reddito nei Paesi importatori netti, dall'Iran all'Africa orientale, il colpo sui prezzi al consumo è immediato e potenzialmente devastante. Inoltre, se i produttori tagliano i fertilizzanti per sopravvivere ai costi, i raccolti del secondo semestre 2026 saranno più bassi e quella scarsità reale arriverà sui mercati alimentari con sei mesi di ritardo.

E adesso?

L'architettura di questa crisi è fondamentalmente diversa da quella del 2022 e questo rende inutilizzabili, o addirittura controproducenti, gli strumenti di risposta usati allora. L'Iran è simultaneamente un Paese con inflazione alimentare già superiore al 40% annuo prima della guerra, e importatore strutturale di mais per il 95%, di riso per il 28%, di zucchero per il 30-45%. A gennaio 2026 la farina di frumento a Teheran costava il 120% in più rispetto al mese precedente e il 200% in più su base annua. Il governo ha risposto il 3 marzo con un blocco totale delle esportazioni alimentari, sottraendo a Iraq e Afghanistan forniture di farina, latticini e frutta da cui dipendevano. È la sequenza classica del contagio: una crisi di affordability genera misure protezionistiche che esportano insicurezza alimentare ai Paesi più fragili del vicinato.

Proiettando questa traiettoria, la Fao avverte che entro la metà del 2026 l'Iran potrebbe trovarsi di fronte a un deficit strutturale di grano. Le scorte domestiche, circa 4 milioni di tonnellate a fine 2025, coprono appena 3-4 mesi di consumo, le importazioni dalla Russia sono state sospese e il raccolto interno del 2026 è a rischio per mancanza di accesso agli input, tra cui fertilizzanti e carburante agricolo.

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