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Dall'Iran al Venezuela: come Trump sta ridisegnando le rotte del petrolio

4 min di lettura

Cosa è successo?

Il 18 marzo 2026, il Dipartimento del Tesoro americano ha emesso una nuova licenza generale che autorizza PDVSA, la compagnia petrolifera statale venezuelana, a vendere petrolio direttamente a imprese statunitensi e sui mercati globali. La mossa rappresenta una svolta radicale dopo anni in cui Washington aveva di fatto bloccato qualsiasi transazione con il governo venezuelano e il suo settore energetico. La decisione si inserisce in una catena di eventi avviata il 3 gennaio 2026, quando le forze statunitensi catturarono il presidente Nicolás Maduro e sua moglie a Caracas e li trasportarono a New York per rispondere ad accuse di narcoterrorismo. Da allora, la vice presidente Delcy Rodríguez ha assunto la presidenza ad interim e il 29 gennaio l'Assemblea nazionale venezuelana ha approvato all'unanimità una riforma della legge sugli idrocarburi, con l'obiettivo di invertire decenni di nazionalizzazione e aprire il settore petrolifero agli investimenti privati e stranieri. La nuova licenza del Tesoro vieta a PDVSA di vendere petrolio a Russia, Iran, Corea del Nord e alcune entità cinesi, e stabilisce che i pagamenti non possano andare direttamente a PDVSA ma debbano essere depositati in un conto controllato dagli Stati Uniti.

Perché è importante?

La mossa ha una doppia valenza: tattica nel breve periodo, strutturale nel lungo. Il contesto immediato è la guerra con l'Iran: da quando Teheran ha bloccato il traffico nello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto dell'offerta mondiale di petrolio, i prezzi del carburante negli Stati Uniti hanno raggiunto i livelli più alti degli ultimi due anni e mezzo, con una media nazionale di 3,84 dollari al gallone. Le importazioni di greggio pesante venezuelano sono raddoppiate nella settimana fino al 13 marzo, raggiungendo i livelli più alti dalla fine del 2024. Sul piano strategico, la partita è più ampia. Il Venezuela produce oggi circa un milione di barili al giorno, meno della metà di quanto estraeva prima che Maduro prendesse il potere nel 2013 e meno di un terzo dei 3,5 milioni di barili al giorno pompati negli anni Novanta. Prima della cattura di Maduro, circa l'80% delle esportazioni venezuelane era destinato alla Cina, che aveva assorbito il greggio sanzionato a prezzi scontati. Ora Washington punta a invertire questi flussi: gli Stati Uniti non autorizzeranno la produzione in Venezuela a meno che Caracas non recida i legami economici con Cina, Russia, Iran e Cuba e accetti di fare degli USA il partner esclusivo nel settore petrolifero. Il controllo del cash flow, con i proventi depositati in conti gestiti da Washington, rende questa non solo una politica energetica, ma uno strumento di pressione geopolitica.

E adesso?

L'aumento della produzione venezuelana è possibile ma non immediato. Chevron, unica major americana ancora operativa in Venezuela con una joint venture con PDVSA da circa 240.000 barili al giorno, ha dichiarato di poter aumentare la produzione del 50% nei prossimi 18-24 mesi. La società di analisi energetica Kpler stima che la produzione potrebbe salire a 1,2 milioni di barili al giorno entro fine 2026, ma che superare i 2 milioni richiederebbe riforme profonde e investimenti massicci. Rystad Energy calcola che tornare a 3 milioni di barili al giorno (il livello degli anni Novanta) richiederà 183 miliardi di dollari in 15 anni, con un orizzonte realistico al 2040. Nel breve periodo, gli esperti stimano che ci vorranno tra i 12 e i 18 mesi prima di vedere cambiamenti significativi nell'output venezuelano, e che finché lo Stretto di Hormuz resterà chiuso i prezzi rimarranno alti e volatili indipendentemente da quanto petrolio arrivi da Caracas. La vera scommessa per Trump è di più lungo periodo: trasformare il Venezuela, con le sue riserve provate di 303 miliardi di barili, le più grandi al mondo, da bastione della rete energetica russo-cinese a fornitore privilegiato dell'Occidente. Se riuscirà, dipenderà tanto dalla tenuta politica di Rodríguez quanto dalla capacità di Chevron, ExxonMobil e ConocoPhillips di investire in un paese la cui infrastruttura non viene aggiornata da cinquant'anni.

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