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Dal cessate il fuoco al blocco navale: come cambia la strategia Usa su Hormuz

Cosa è successo
Dopo il fallimento dei negoziati di Islamabad tra Stati Uniti e Iran, Trump ha ordinato alla Marina americana di bloccare tutte le navi in entrata e in uscita dallo Stretto di Hormuz a partire dalle 10 di lunedì 13 aprile mattina ora della costa est (ore 16 italiane). Il Centcom - United States Central Command - ha precisato che il blocco sarà applicato "in modo imparziale contro navi di tutte le nazioni" dirette verso o provenienti da porti iraniani nel Golfo Arabico e nel Golfo di Oman, mentre resterà garantita la libertà di navigazione per le navi dirette o provenienti da porti non iraniani.
Sul piano legale, il meccanismo è quello del diritto di visita e perquisizione: ogni nave che tenti di transitare deve sottoporsi a ispezione su richiesta, e la Marina americana decide se può procedere, spiega James Kraska, professore di diritto marittimo internazionale al Naval War College. Lo Stretto era già paralizzato da oltre un mese: a marzo sono transitate poco più di 150 navi, contro le circa 150 al giorno in condizioni normali. All'apertura dei mercati domenica sera, il Brent è salito di oltre il 7%, tornando intorno ai 102 dollari al barile, dopo aver toccato 119 dollari a fine marzo e essere sceso a 95 dopo l'annuncio del cessate il fuoco della settimana scorsa. Dall'inizio del conflitto i prezzi globali del petrolio sono aumentati di oltre il 50%.
Perché è importante
Il blocco inverte la strategia seguita fino a pochi giorni fa e solleva interrogativi sulla coerenza di un'amministrazione che ha oscillato, in poche settimane, tra la sospensione delle sanzioni petrolifere e il blocco navale totale. A marzo, il segretario al Tesoro Bessent aveva consentito alle petroliere iraniane di transitare per sostenere le forniture globali, e Washington aveva persino sospeso temporaneamente le sanzioni sul petrolio iraniano.
Ora punta a colpire il principale strumento di pressione di Teheran: gli introiti petroliferi. Robin Brooks, senior fellow alla Brookings Institution, sostiene che la dipendenza iraniana dalle esportazioni di greggio significa che Teheran non potrà permettersi di continuare ad attaccare le navi commerciali una volta che la propria economia subisca un colpo diretto. lnoltre, i Paesi dipendenti dal petrolio iraniano, in primis la Cina, subirebbero un danno diretto da un blocco efficace: tagliati fuori dalle forniture, si troverebbero costretti a riposizionarsi. Trump ha già anticipato la risposta: dazi al 50% su chi inviasse armi a Teheran. Pechino ha smentito qualsiasi piano di forniture militari e si è dichiarata disponibile a "svolgere un ruolo positivo e costruttivo". Sul fronte iraniano, i Pasdaran hanno risposto con un avvertimento diretto: “Se la sicurezza dei porti iraniani è minacciata, nessun porto nel Golfo Persico sarà al sicuro”.
E adesso?
Il blocco apre scenari ad alto rischio su tre fronti simultanei: •Sul piano militare, l'Iran mantiene capacità missilistica e droni, e le mine nello Stretto non sono state rimosse: le operazioni di sminamento affidate a cacciatorpedinieri americani sono appena iniziate. •Sul piano operativo, l'efficacia del blocco è tutt'altro che garantita: aziende di tracciamento marittimo segnalano già il ricorso sistematico da parte di petroliere legate all'Iran all'AIS spoofing, la manipolazione dei dati di identificazione automatica, per simulare scali in Arabia Saudita o Iraq ed eludere i controlli. •Sul piano delle risorse, la guerra ha già consumato una quota significativa delle scorte americane di alcune armi strategiche: il Pentagono avrebbe impiegato oltre un quarto dei missili Tomahawk disponibili nelle sole operazioni contro l'Iran, e riportare le scorte ai livelli precedenti richiederà anni. Nel frattempo il Pentagono ha già ritirato parte dei sistemi di difesa missilistica dalla Corea del Sud. •Sul piano diplomatico, Giappone, Corea del Sud, Australia, Canada e la maggior parte dell'Europa occidentale si sono rifiutati di sostenere Washington in questa guerra, e quando Trump ha chiesto aiuto per riaprire lo Stretto la risposta degli alleati è stata in gran parte negativa. Se Teheran cedesse sul nucleare per riaprire i canali negoziali, il blocco si rivelerebbe lo strumento di pressione più efficace finora dispiegato da Washington; se invece rispondesse militarmente, il rischio di escalation diretta nel Golfo diventerebbe immediato. Nel mezzo, i prezzi energetici globali, con il Brent che oscilla tra 95 e 102 dollari nelle ultime 48 ore, restano la variabile che pesa di più sulle capitali europee e asiatiche.