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Dal +21,8% al +2,5% in un mese: la guerra in Iran spegne l'export della Cina

Cosa è successo
Le esportazioni cinesi sono cresciute solo del 2,5% a marzo 2026, toccando il livello più basso degli ultimi cinque mesi e mancando nettamente le previsioni degli analisti, che stimavano una crescita dell'8,3%. Il rallentamento è tanto più netto se confrontato con l'inizio dell'anno: nei mesi di gennaio e febbraio la Cina aveva registrato una crescita dell'export del 21,8%, trainata dalla domanda globale di tecnologia legata all'intelligenza artificiale. A frenare il motore cinese è, ovviamente, la guerra in Iran.
La chiusura dello Stretto di Hormuz ha interrotto il 20% dei flussi mondiali di petrolio e gas, facendo impennare i costi energetici e di trasporto, con effetti diretti sulla domanda globale di beni manufatti. Sul fronte delle importazioni il segnale è altrettanto significativo: il surplus commerciale di marzo è sceso a 51 miliardi di dollari, ben al di sotto delle attese di 108 miliardi, mentre le importazioni sono balzate del 27,8%, la crescita più forte dal novembre 2021.
Perché è importante
Il problema strutturale è che Pechino non ha margini interni per assorbire il colpo. Un decennio di crisi immobiliare ha prosciugato i consumi domestici, lasciando l'export come unico motore credibile di crescita. Il governo ha fissato per il 2026 un obiettivo di crescita tra il 4,5% e il 5%, il più basso dal 1991, e lo aveva costruito proprio sulla capacità di continuare a vendere all'estero.
Ora quella capacità è sotto pressione da tre lati contemporaneamente: lo shock energetico che comprime la domanda globale, i dazi americani che chiudono il mercato più ricco, e i costi di produzione in salita che erodono il vantaggio competitivo sui prezzi. Il paradosso è che l'unico antidoto potrebbe venire dalla guerra stessa: l'impennata dei prezzi energetici accelera la transizione verso le rinnovabili, e in quel mercato la Cina domina: pannelli solari, turbine eoliche, veicoli elettrici.
E adesso?
• Il banco di prova più importante sarà la durata del conflitto. La Cina dispone di riserve strategiche di petrolio per oltre 120 giorni di importazioni nette, il che le garantisce un cuscinetto nel breve periodo, ma non la immunizza da uno scenario di guerra prolungata. L'incertezza sulla durata del conflitto rischia di erodere la domanda di export cinese trainata dall'AI, che fino a marzo era l'unico fattore in grado di compensare il rallentamento degli altri mercati.
• Sul piano diplomatico, Trump è atteso a Pechino a maggio per un incontro con Xi Jinping, dove gli analisti vedono margini per intese su prodotti agricoli e componentistica aeronautica.
• Per il resto del mondo, e per l'Europa in particolare, il segnale che arriva da Pechino è preoccupante: se la seconda economia globale rallenta per effetto dello shock energetico, la domanda mondiale di beni e servizi si contrarrà ulteriormente, con ripercussioni che si sommerebbero alle già difficili condizioni del commercio agroalimentare europeo.