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Crollano gli aiuti ai Paesi poveri: -23% in un anno, il calo più drastico mai registrato
Cosa è successo
Nel 1970 le Nazioni Unite stabilirono un principio semplice: i Paesi ricchi avrebbero dovuto destinare lo 0,7% del proprio reddito nazionale ad aiutare quelli poveri. Al centro sanità, istruzione, sicurezza alimentare e infrastrutture. Oggi quel principio è formalmente ancora in vigore. Nei fatti si smonta pezzo per pezzo, e il 2025 ha segnato la rottura più brusca. I dati rilasciati oggi dall’Ocse dimostrano che l'aiuto pubblico allo sviluppo dei Paesi membri è crollato del 23,1%, il calo più consistente mai registrato, con i programmi di sviluppo di base in discesa del 26,3%. Per il 2026 l'Ocse stima un ulteriore taglio del 5,8%. Gli Stati Uniti, che da soli coprivano il 30% del totale mondiale, hanno smantellato USAID nel luglio 2025.
In Europa la giustificazione ufficiale è il riarmo e il sostegno all'Ucraina. È una spiegazione parzialmente fondata: la Germania al 31 dicembre 2025 aveva stanziato circa 39 miliardi di euro in supporto civile a Kiev e circa 55 miliardi in assistenza militare, risorse che non possono essere usate contemporaneamente per il Sud globale. Ma c'è un elemento che i governi donatori tendono a non sottolineare: i costi di accoglienza dei 4,38 milioni di rifugiati ucraini in Europa vengono conteggiati dentro le cifre ufficiali degli aiuti allo sviluppo di molti paesi, gonfiando i numeri di superficie e mascherando i tagli reali ai programmi per i paesi più poveri. Solo quattro Paesi rispettano ancora l'obiettivo dello 0,7% del reddito nazionale: Norvegia, Lussemburgo, Svezia e Danimarca.
Perchè è importante
Quello che si sta smontando non è un sistema burocratico astratto: è un'infrastruttura sanitaria e sociale costruita in decenni che ha prodotto risultati misurabili. Ad esempio, tra il 2002 e il 2021 gli aiuti pubblici allo sviluppo hanno contribuito a ridurre la mortalità infantile del 39%, i decessi per HIV/AIDS del 70% e quelli per malaria del 56%. Smontarla di colpo non produce un collasso, come già si vede: in Nigeria il World Food Programme assiste oggi 72.000 persone al mese, contro 1,3 milioni nel 2025; in Sudan 30 milioni di persone affrontano un'emergenza umanitaria senza precedenti. Le stime del Lancet proiettano fino a 22,6 milioni di morti evitabili entro il 2030, di cui 5,4 milioni bambini sotto i cinque anni, non come scenario catastrofico di fantasia, ma come conseguenza diretta e modellizzata dei tagli già annunciati.
E adesso?
Il presidente del DAC dell'OCSE ha esortato i donatori a invertire la tendenza, definendo il calo “profondamente preoccupante” in un'epoca di crescenti necessità umanitarie e insicurezza globale. La direzione reale va nel senso opposto. I partiti populisti in tutta Europa spingono verso ulteriori riduzioni: il partito Reform nel Regno Unito propone di portare gli aiuti a un miliardo di sterline, contro i 9 miliardi attuali. Una riduzione del 90%.
Il problema non è solo politico ma di metodo: quando i tagli avvengono in modo brusco, come nel caso di USAID, i sistemi sanitari e sociali dei Paesi beneficiari collassano prima che possano costruire alternative. Nel vuoto che si apre, altri si muovono: Cina e Russia hanno storicamente usato la cooperazione come strumento di influenza, e il ritiro occidentale offre loro uno spazio che difficilmente tornerà disponibile.