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Con l'urea a +80% in 3 mesi e nessuna riserva strategica, il blocco di Hormuz mette a rischio la sicurezza alimentare del 2027

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Con l'urea a +80% in 3 mesi e nessuna riserva strategica, il blocco di Hormuz mette a rischio la sicurezza alimentare del 2027

Cos’è successo

L'8 giugno i ministri dell'Agricoltura del G7 si sono riuniti in sessione straordinaria per fare i conti con una crisi che dura da oltre tre mesi. Dal blocco dello Stretto di Hormuz, avvenuto a fine febbraio, il mercato globale dei fertilizzanti ha perso circa un terzo della propria capacità di approvvigionamento. L'Italia era rappresentata dal sottosegretario di Stato al ministero dell'Agricoltura Luigi D'Eramo, che ha illustrato le misure adottate: 100 milioni di euro in crediti d'imposta per fertilizzanti e carburanti, e la richiesta in sede Ue di sospendere i dazi sui fertilizzanti azotati. L'incontro si è chiuso con un appello al coordinamento e alle "azioni urgenti e concrete". Nessuna riserva strategica è stata annunciata.

Il contesto che ha reso necessaria la riunione è questo: attraverso lo Stretto di Hormuz transitava ogni anno circa un terzo del commercio marittimo mondiale di fertilizzanti: urea, DAP, ammoniaca prodotta in Iran, Qatar e Arabia Saudita. Da quando il traffico si è fermato, l'urea ha raggiunto gli 850 dollari per tonnellata metrica, con un rialzo dell'80% rispetto a febbraio.

Perché conta

Ma qual è la readiness dei Paesi del G7 a rispondere a una crisi alimentare?

  • Non esiste un'infrastruttura di emergenza equivalente a quella petrolifera. L'IEA ha coordinato il rilascio di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche nazionali in risposta alla stessa crisi energetica. Per i fertilizzanti non c'è nulla di paragonabile: nessun Paese del G7 mantiene riserve strategiche, non esiste un bypass logistico alternativo allo Stretto, e la proposta di un meccanismo coordinato era già stata discussa e accantonata al summit di Hiroshima nel 2023.
  • Il ritardo tra crisi degli input e crisi del cibo si sta chiudendo. La Fao ha avvertito a maggio che lo shock sui fertilizzanti si trasmette ai raccolti successivi, contraendo l'offerta alimentare nella seconda metà del 2026 e nel 2027. Il margine tra quello che succede oggi nei mercati delle materie prime e quello che arriva sulle tavole è di sei-dodici mesi. Quel margine è quasi esaurito.
  • L'esposizione è asimmetrica, e i più vulnerabili non siedono al tavolo. Stati Uniti e Canada producono internamente la maggior parte dei fertilizzanti che consumano. L'Europa è strutturalmente dipendente – prevalentemente da Nord Africa e Russia – e sta costruendo le proprie riserve stagionali solo ora, dopo l'annuncio della Commissione del 19 maggio. In Africa occidentale e nel Sahel, 53 milioni di persone erano già in condizione di insicurezza alimentare acuta prima dello shock di febbraio.

Adesso

  • La finestra per i raccolti autunnali si sta chiudendo. I mercati di grano, mais e soia hanno reagito con rialzi contenuti – tra il 2% e il 7,5% – perché le scorte residue tengono ancora. Il segnale reale arriverà con i dati di resa di fine 2026, quando l'effetto della riduzione degli input si materializzerà nei numeri della produzione.
  • Un secondo shock è possibile. Se la Cina imponesse nuove restrizioni all'export di fertilizzanti, come già fatto nel 2021, l'effetto di sostituzione verso fonti alternative svanisce. Pechino è il maggior esportatore mondiale di fosfati e potassio. Un doppio shock simultaneo non avrebbe precedenti nei mercati agricoli moderni.
  • Il G7 ha ancora una finestra, ma si sta restringendo. La Commissione europea si è mossa il 19 maggio con riserve stagionali, requisiti minimi di stoccaggio e acquisti congiunti. È un inizio, non un'architettura. L'equivalente istituzionale dell'IEA per l'agricoltura, con trigger automatici e governance pre-negoziata, resta da costruire.

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