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Con l’acqua di mare che risale il Po fino a 25 chilometri la siccità mette a rischio un terzo dell'agricoltura italiana

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Con l’acqua di mare che risale il Po fino a 25 chilometri la siccità mette a rischio un terzo dell'agricoltura italiana

Cos’è successo

L'estate 2026 riporta l'agricoltura italiana a fare i conti con una crisi idrica diffusa, che pur non avendo ancora raggiunto la gravità del 2022 corre, secondo gli esperti, su una traiettoria diversa e per certi versi più preoccupante. Secondo l'Osservatorio Nazionale sulla Siccità del CNR, le temperature più alte e una riserva nevosa che non funziona più come cuscinetto lento ma defluisce a valle con mesi di anticipo stanno cambiando la natura stessa del fenomeno. Il 9 luglio il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha convocato la cabina di regia sulla crisi idrica, adottando interventi urgenti per oltre 6 miliardi di euro già programmati, a cui dovrebbero aggiungersi nuove misure per altri 1,7 miliardi.

Il quadro varia molto da regione a regione. In Lombardia, al tavolo regionale del 2 luglio, le riserve idriche complessive risultavano inferiori del 36% alla media storica 2006-2025, con appena 1,25 miliardi di metri cubi disponibili contro una media di 1,96 miliardi. Nel bacino del Po, l'Autorità di Bacino classifica la severità idrica attuale come "media" e segnala che il fiume ha oggi una portata doppia rispetto al 2022, ma il cuneo salino, la risalita dell'acqua marina lungo il corso del fiume verso l'entroterra, ha raggiunto nel 2026 i 25 chilometri dalla foce, rendendo l'acqua inutilizzabile per l'irrigazione e minacciando le falde da cui si attinge acqua potabile.

Perché conta

La crisi idrica non è più un evento eccezionale ma un fenomeno che si ripete con regolarità crescente, con conseguenze dirette su una parte rilevante della produzione agricola nazionale.

  • Un terzo delle terre coltivate del Paese dipende dal bacino del Po: nel solo bacino padano viene irrigato oltre un terzo delle superfici coltivate italiane, il che rende la scarsità d'acqua in quest'area un rischio concreto per i raccolti su scala nazionale, non un problema circoscritto a poche regioni;
  • La geografia tradizionale della crisi si sta ridisegnando: secondo l'Osservatorio ANBI sulle Risorse Idriche, mentre i fiumi del Nord si dimezzano, il Meridione si conferma quest'anno una riserva idrica relativamente più solida grazie a precipitazioni localmente più favorevoli, un'inversione rispetto agli equilibri idrici storici del Paese;
  • La gestione dell'acqua richiede di bilanciare esigenze in competizione tra loro: ogni rilascio da laghi e invasi deve conciliare contemporaneamente agricoltura, produzione idroelettrica, usi civili, ecosistemi e turismo, un equilibrio che diventa via via più delicato quanto più si riducono le riserve disponibili.

Adesso

  • Gli accordi tra Regioni e operatori idroelettrici offrono margine solo nel breve periodo: in Lombardia un'intesa siglata a metà luglio con gli operatori idroelettrici ha garantito nuovi volumi d'acqua per alcune settimane, un sollievo temporaneo che non risolve il problema strutturale della riduzione delle riserve;
  • Gli investimenti pubblici restano concentrati sull'uso irriguo: le risorse stanziate dal ministero delle Infrastrutture sono destinate principalmente a interventi per l'irrigazione, con l'obiettivo dichiarato di utilizzarle entro la fine dell'anno;
  • Il settore agricolo chiede un ripensamento strutturale della gestione idrica: secondo gli esperti dell'Osservatorio Nazionale sulla Siccità, la crisi che si sta consolidando in Italia richiede non più solo risposte emergenziali ma una revisione più profonda di come il Paese gestisce e distribuisce la risorsa acqua tra i diversi usi concorrenti.

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