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Con 4 luoghi ribattezzati in 20 mesi Trump riscrive la geografia mondiale

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Con 4 luoghi ribattezzati in 20 mesi Trump riscrive la geografia mondiale

Cos’è successo

Mercoledì 2 settembre Donald Trump ha proposto su Truth Social di ribattezzare lo Stretto di Hormuz "Trump Strait". Non è la prima volta che lo suggerisce: già a marzo, durante un summit a Miami, si era corretto da solo dopo aver chiamato lo stretto "Strait of Trump" davanti alle telecamere, insistendo poi che non si fosse trattato di un lapsus. Lo stretto, che normalmente convoglia un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale, resta largamente bloccato dal conflitto in corso con l'Iran, e non è chiaro come Trump intenda procedere concretamente al cambio di nome su un tratto di mare che non è territorio né possedimento statunitense.

Non è un caso isolato, ma l'ultimo episodio di uno schema ricorrente. Il primo giorno del suo secondo mandato, Trump ha firmato un ordine esecutivo per rinominare il Golfo del Messico "Golfo d'America", modifica valida solo per l'uso federale statunitense ma recepita da Google Maps e Apple Maps. Ha poi riportato il nome della vetta più alta del Nord America da Denali, il nome nativo Koyukon Athabascan ripristinato da Obama nel 2015, a Mount McKinley. Ad agosto 2026 ha firmato un ordine esecutivo per rinominare il Lago Ontario "Lake America", modifica che il Canada ha respinto ma che Google e Apple hanno comunque recepito sulle proprie mappe. E ora arriva la proposta sullo Stretto di Hormuz.

Perché conta

Dietro l'apparente stravaganza di queste proposte si cela una logica precisa, secondo chi studia la politica delle mappe.

  • "Nominare è rivendicare", secondo un geografo che studia il potere delle mappe: Karl Offen, che si occupa di politica della cartografia, osserva che mappe e potere politico sono intrecciati fin dagli albori della cartografia stessa, e che gli ordini di rinomina di Trump si inseriscono in uno schema più ampio di rivendicazioni territoriali simboliche pensate per destabilizzare i governi stranieri e affermare una proiezione di potenza americana;
  • Le rinomine si accompagnano quasi sempre a rivendicazioni territoriali più esplicite: Trump ha ripetutamente affermato che gli Stati Uniti dovrebbero riprendersi il controllo del Canale di Panama, restituito a Panama nel 1999 ma da cui transita circa il 5% del commercio mondiale, ha definito la Groenlandia un obiettivo strategico chiedendone la cessione dalla Danimarca, e ha più volte ventilato l'idea del Canada come "51esimo Stato" americano, senza che nessuna di queste rivendicazioni si sia finora tradotta in un cambiamento reale di sovranità;
  • La provocazione costa poco quando l'altra parte non ha strumenti di ritorsione concreti: secondo l'analisi della newsletter Status Kuo, il fatto che queste mosse simboliche non comportino conseguenze pratiche per Washington le rende uno strumento a basso costo nella diplomazia trumpiana, dove il potere e la sua esibizione contano più degli accordi e dei confini stabiliti.

Adesso

  • Il cambio di nome sullo Stretto di Hormuz resta per ora solo un'ipotesi lanciata sui social: a differenza del Golfo del Messico e del Lago Ontario, per cui Trump ha firmato veri ordini esecutivi diretti al Geographic Names Information System gestito dal Dipartimento dell'Interno, per Hormuz non è stato finora avviato alcun percorso formale, e non è chiaro se e come l'amministrazione intenda procedere su un tratto di mare internazionale;
  • La guerra con l'Iran resta la variabile che condiziona tutto: la proposta arriva mentre il conflitto si intensifica nuovamente dopo una breve tregua, con la Guardia Rivoluzionaria iraniana che rivendica il controllo di parte dello stretto e Trump sotto crescente pressione interna per il rialzo dei prezzi della benzina legato al blocco energetico;
  • Il pattern probabilmente non si fermerà qui: Trump ha anche lasciato intendere di poter cercare di rinominare l'Oceano Atlantico o il Pacifico, un'ulteriore indicazione che la strategia delle rinomine simboliche resta uno strumento che l'amministrazione considera ancora utile da sfruttare, indipendentemente dagli esiti concreti sul terreno.

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