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Con 22,5 mld di materie prime importate, l'Italia trasforma ed esporta 70 mld di agroalimentare

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Con 22,5 mld di materie prime importate, l'Italia trasforma ed esporta 70 mld di agroalimentare

Cos’è successo

L'Italia esporta 70 miliardi di euro di prodotti agroalimentari l'anno, settima al mondo nel food & beverage, con un export cresciuto dell'87% rispetto al 2014. Eppure importa materie prime agricole per 22,5 miliardi di euro, con un disavanzo primario di 13,2 miliardi.

Il paradosso è evidente: il surplus della filiera industriale trasformata compensa il deficit agricolo di base, producendo un saldo commerciale aggregato in pareggio che nasconde una vulnerabilità profonda. Secondo il Rapporto ISMEA 2024, l'Italia è un paese trasformatore ed esportatore di beni alimentari fortemente dipendente dall'estero per le materie prime che alimentano quella stessa filiera: mais, soia, cereali, bovini da ristallo.

Perché conta

  • I dieci principali prodotti importati dall'Italia sono caffè, olio extravergine, mais, bovini vivi, prosciutti e spalle di suini, frumento tenero e duro, soia, olio di palma e panelli di soia. Per mais e soia, ingredienti base dell'alimentazione zootecnica, il tasso di approvvigionamento è crollato rispettivamente al 46% e al 32%. L'industria pastaria dipende per il 44% da Canada, Russia, Grecia e Turchia; quella dei prodotti da forno per il 64% da Ungheria, Francia, Austria, Ucraina e Romania. Per la carne bovina il tasso è sceso al 40%, con l'85% dei bovini da ristallo importati dalla Francia, fonte considerata stabile ma vulnerabile a epizozie e Blue tongue;
  • La concentrazione geografica è il vero rischio. Dal Canale di Suez transita il 67% del riso importato dall'Italia, il 47% degli oli vegetali, il 45% del pomodoro trasformato e il 35% di tè e caffè. La crisi del Mar Rosso ha messo a rischio 5,3 miliardi di euro di approvvigionamenti di materie prime agricole provenienti da Asia e Oceania. Hormuz aggiunge un secondo fronte: ogni chiusura di rotta si trasmette immediatamente ai costi di produzione delle filiere trasformate italiane;
  • Il modello crea valore ma non sovranità. L'Italia compra materie prime a prezzi di mercato globale, le trasforma in prodotti DOP e IGP e le rivende con margini elevati. È un modello efficiente, ma esposto. La rilevanza non è nei saldi commerciali ma nella geografia delle provenienze: prodotti per cui il problema non è la carenza di produzione nazionale ma la provenienza da paesi a rischio geopolitico o la loro eccessiva concentrazione geografica.

Adesso

  • La crisi di Hormuz ha reso visibile la dipendenza che i numeri aggregati nascondevano. Con i costi di trasporto in risalita e i prezzi delle materie prime agricole volatili, il modello trasformatore italiano subisce una pressione sui margini che non si vede nell'export record ma si sente nei conti delle imprese agroalimentari;
  • La diversificazione geografica degli approvvigionamenti è la priorità che manca. Il Piano Mattei e i corridoi mediterranei dell'Ue offrono una cornice per costruire filiere più corte e meno esposte, mais africano, soia sudamericana con strade alternative a Suez, grano nordafricano. Ma richiedono investimenti in infrastrutture logistiche e accordi bilaterali che l'Italia non ha ancora sistematizzato come politica industriale;
  • Il dato aggregato non basta più come bussola politica. Finché il dibattito sulla sovranità alimentare italiana si misurerà sul saldo commerciale complessivo, oggi in pareggio, resterà cieco sulle filiere critiche. Mais a 46%, soia a 32%, carne bovina a 40%: sono i numeri su cui costruire una strategia.

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