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Clima, potere e sicurezza: la leadership climatica diventa un asset strategico
Cosa è successo?
L'analisi Where things stand on climate change in 2026 di Yale Climate Connections segnala che nel 2025 le emissioni globali sono cresciute di circa l’1%, con una dinamica divergente tra grandi economie: le emissioni statunitensi sono aumentate di circa il 2%, mentre quelle cinesi hanno raggiunto un plateau. Parallelamente, la Cina ha rafforzato in modo decisivo la propria posizione industriale, esportando oltre 200 miliardi di dollari in tecnologie per l’energia pulita e 1,7 milioni di veicoli elettrici, accelerando l’adozione nei mercati emergenti. Gli Stati Uniti, pur rappresentando ancora circa il 12% delle emissioni globali, stanno perdendo terreno nella leadership sulle filiere clean-tech.
Perché è importante?
La politica climatica non è più solo una questione ambientale: è diventata una leva centrale di sicurezza economica e geopolitica. Il controllo delle catene del valore dell’energia pulita determina chi beneficia di surplus commerciali, influenza tecnologica e capacità di dettare standard. I paesi in ritardo non solo restano più esposti agli shock fisici del cambiamento climatico, ma rischiano una dipendenza industriale crescente da chi domina le tecnologie chiave della transizione.
E adesso?
La competizione climatica si traduce sempre più in competizione strategica. Guidare la transizione significa rafforzare sicurezza energetica, bilancia commerciale e peso geopolitico; inseguire equivale ad accettare maggiore vulnerabilità e marginalità. In questo contesto, l’inazione climatica non è neutrale: aumenta il rischio sistemico e riduce la rilevanza economica e politica nel nuovo ordine energetico globale.