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Artico 2035: la partita geopolitica che l'Europa non può perdere

Artico 2035: la partita geopolitica che l'Europa non può perdere

3 min di lettura

Cos’è successo

Il cambiamento climatico non è solo una questione ambientale: è entrato anche nel vivo della geopolitica. Il disgelo artico sta aprendo rotte commerciali che fino a vent'anni fa erano impraticabili, trasformando una distesa di ghiaccio in uno dei chockepoint commerciali più decisivi del pianeta. Oggi l'Artico è navigabile solo tre o quattro mesi l'anno, ma con l'accelerazione del disgelo si stima che entro il prossimo decennio la finestra di navigabilità salga a dieci mesi, con i transiti commerciali che potrebbero passare dalle poche centinaia attuali a 1.500 all'anno. Infatti, entro il 2035, fino al 30% del commercio tra Asia ed Europa potrebbe non passare più da Suez ma dall'Artico, attraverso la Northern Sea Route.
La Russia si è preparata per tempo: ha la flotta rompighiaccio più potente al mondo, con 45 unità, di cui otto a propulsione nucleare. Gli Stati Uniti inseguono con il porto di Nome in Alaska e un piano da 30 miliardi di dollari per costruire undici nuovi rompighiaccio, gli Arctic Security Cutters, in arrivo nel 2028. Nel frattempo Trump non si fa attendere e rivendica apertamente, anche a costo di minacciare la tenuta della Nato, di prendere possesso della Groenlandia. La Cina, priva di qualsiasi sovranità artica, ha però già completato spedizioni attraverso tutte e tre le rotte artiche, disseminando stazioni di ricerca e osservatori satellitari in Svezia, Finlandia e Islanda.

Perché è importante

La Northern Sea Route, ovvero la rotta che passa da nord invece che da Suez per collegare Asia ed Europa, offre vantaggi logistici difficili da ignorare: fino al 40% di tempo risparmiato e una riduzione dei costi logistici del 25%. Ma c'è un problema: la Russia controlla circa il 90% di questa rotta: porti, autorizzazioni, infrastrutture digitali. È in questa luce che vanno lette le rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia, che è un territorio iper strategico sul corridoio tra il Nord America e le acque artiche, con riserve di idrocarburi, minerali critici e decine di milioni di tonnellate di terre rare in gran parte ancora inesplorate. Inoltre, il sottosuolo artico contiene il 30% delle riserve mondiali di petrolio non scoperto e il 13% del gas naturale. Nel frattempo le rotte tradizionali sono già sotto pressione: la guerra in Medio Oriente ha ridotto il traffico nel Mar Rosso, Hormuz resta un punto di strozzatura, Malacca è sorvegliata da Pechino. L'alternativa artica non è fantascienza, ma sarà con grande probabilità la prossima partita.

E adesso?

L'Europa è arrivata tardi. Il Parlamento europeo ha approvato a novembre 2025 una risoluzione che chiede una strategia artica orientata alla sicurezza, ammettendo implicitamente di non averne ancora una. La Commissione sta aggiornando la politica artica e il nuovo documento arriverà nel 2026, dieci anni dopo che Russia e Cina hanno cominciato a muoversi. L'Italia ha presentato a gennaio 2026 la propria strategia nazionale artica ed è tra i Paesi non artici più attivi, con una base scientifica alle Svalbard e accordi bilaterali con Canada e Norvegia sulle materie prime critiche.

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