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700 miliardi di dollari in Nigeria e 414 milioni in Niger, la corsa degli Stati Uniti ai minerali critici africani

Cos’è successo
Nel giro di una settimana, Washington ha messo a segno due mosse distinte ma convergenti nella propria strategia sui minerali critici in Africa occidentale. Il 17 settembre la Development Finance Corporation statunitense ha approvato fino a 414,2 milioni di dollari di finanziamento per il progetto uranifero Dasa in Niger, sviluppato dalla canadese Global Atomic attraverso la controllata nigerina SOMIDA (partecipata all'80% da Global Atomic e al 20% dal governo del Niger). È un'operazione che arriva a due anni esatti dal ritiro forzato delle truppe americane dal Paese, dopo il colpo di Stato militare del 2023 che aveva incrinato i rapporti bilaterali.
Sette giorni dopo, il 24 settembre a New York, a margine dell'Assemblea Generale dell'ONU, Nigeria e Stati Uniti hanno firmato un accordo quadro per approfondire gli investimenti americani nel settore minerario nigeriano, siglato dal ministro dello Sviluppo dei Minerali Solidi Dele Alake e dal vice segretario di Stato Christopher Landau. L'intesa copre dati geologici, esplorazione, sviluppo e lavorazione dei minerali, infrastrutture e capacity building tecnico. La Nigeria stima le proprie risorse minerarie in circa 700 miliardi di dollari, un patrimonio che oggi contribuisce a meno dell'1% del PIL del Paese, e punta a diversificare la propria economia allontanandola dal petrolio.
Perché conta
Dietro entrambe le operazioni si nasconde la stessa logica: Washington rincorre una presenza cinese e francese già radicata sul terreno, in un continente diventato terreno di competizione diretta per le materie prime strategiche.
- Le aziende cinesi finanziano già la maggior parte del litio nigeriano: secondo un'inchiesta Reuters del maggio 2025, oltre l'80% del finanziamento di quattro impianti di lavorazione del litio in Nigeria proviene da aziende cinesi, tra cui Jiuling Lithium Mining Company e Canmax Technologies; un impianto di lavorazione del litio da 250 milioni di dollari sostenuto da capitali cinesi è entrato in funzione nello Stato di Nasarawa proprio nel 2026, a dimostrazione della rapidità con cui gli investimenti stranieri stanno entrando nel settore;
- Il Niger è il settimo produttore mondiale di uranio, ma è bloccato in una disputa con la Francia: il progetto Dasa, descritto come il giacimento di uranio a più alta concentrazione in Africa con un piano minerario che punta a 68,1 milioni di libbre di ossido di uranio in 23 anni, si inserisce in un contesto in cui il Niger è impegnato in una disputa con il gruppo minerario francese a partecipazione statale Orano, che per decenni ha dominato il settore uranifero del Paese, mentre Niamey esplora anche una possibile collaborazione con l'Algeria per nuove rotte di esportazione;
Il commercio illegale di minerali resta un problema strutturale in Nigeria: il traffico illegale di minerali nigeriani è stimato in 9 miliardi di dollari l'anno, una cifra che misura sia la scala del valore che sfugge ai canali formali sia la sfida di governance che qualunque accordo quadro dovrà prima o poi affrontare per tradursi in benefici economici reali.
Adesso
- Il finanziamento in Niger non è ancora un prestito concluso: restano da definire accordi di esportazione, permessi minerari, garanzie governative e documenti finanziari definitivi prima che i fondi possano essere effettivamente erogati, con la produzione commerciale del progetto Dasa prevista per la seconda metà del 2028;
- La sicurezza resta il principale rischio operativo in Niger: il mese scorso un gruppo di soldati ha lanciato attacchi contro una base aerea militare chiave, il palazzo presidenziale e altri siti sensibili nella capitale Niamey in un tentativo di ammutinamento, con il governo nigerino che ha accusato la Francia di aver orchestrato l'offensiva, accusa respinta da Parigi; la violenza jihadista continua inoltre a colpire diverse aree del Paese, complicando ulteriormente le rotte di trasporto per un progetto che non ha sbocco sul mare;
- La Nigeria punta a trattenere più valore aggiunto sul proprio territorio: secondo Alake, "la Nigeria non può restare una fonte di materie prime mentre altri catturano la maggior parte del valore. Vogliamo più lavorazione locale, posti di lavoro di qualità, competenze più solide e maggiori opportunità per le aziende nigeriane", un obiettivo che l'accordo con Washington dovrà dimostrare di poter sostenere concretamente nei prossimi mesi, in competizione diretta con gli investimenti cinesi già presenti sul terreno.