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7 premier in 10 anni, nel Regno Unito ogni governo eredita il nodo Brexit che il precedente non ha sciolto

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7 premier in 10 anni, nel Regno Unito ogni governo eredita il nodo Brexit che il precedente non ha sciolto

Cos’è successo

Alla vigilia del decennale del referendum sulla Brexit, Keir Starmer si è dimesso da primo ministro. Il suo successore sarà il settimo premier britannico in dieci anni, rendendo il Regno Unito il paese del G7 con il maggior numero di cambi di governo dal 2016. Il confronto con il periodo precedente è diretto: tra il 2000 e il 2016, il Regno Unito ha avuto tre premier in sedici anni. Tony Blair ha governato per dieci, David Cameron per sei, Gordon Brown per tre. Nessuno è uscito in modo traumatico. Dal 2016 a oggi, nessun premier ha completato un mandato pieno.

La ragione non è nella qualità dei singoli: è nel nodo strutturale che ognuno si è trovato a ereditare. Cameron convoca il referendum del 23 giugno 2016 convinto di vincerlo, perde e si dimette il giorno dopo. May eredita il mandato di eseguire un'uscita che non ha voluto: il suo accordo di recesso viene bocciato tre volte in Parlamento. Johnson vince le elezioni del 2019 con 80 seggi promettendo di chiudere il dossier Brexit e cade nel luglio 2022 sulle stesse tensioni identitarie che il referendum aveva aperto nel partito conservatore. Truss dura 45 giorni: il suo mini-budget deregolatorio provoca un crollo della sterlina e un'impennata dei rendimenti sui Gilt che costringe la Banca d'Inghilterra a un intervento d'emergenza. Sunak stabilizza i mercati ma non la fiducia: perde le elezioni del luglio 2024. Starmer entra con 412 seggi e la più larga maggioranza Labour dal 1997; lascia meno di due anni dopo, con oltre 1.000 seggi persi alle elezioni locali di maggio 2026 e 20 ministri dimessisi. Ogni crisi ha la stessa radice.

Perché conta

I sei cambi di governo condividono una struttura causale comune:

  • Il dividendo economico della Brexit è strutturalmente impossibile da consegnare. L'Obr (Office for Budget Responsibility) stima una riduzione permanente del 15% nel volume degli scambi e del 4% nella produttività potenziale rispetto allo scenario controfattuale. Ogni governo ha costruito parte della propria narrativa su una promessa di crescita post-Brexit; ogni governo è caduto anche perché quella crescita non si è materializzata. Il meccanismo si ripete dal 2016 con precisione ciclica;
  • Il referendum ha spaccato entrambi i partiti tradizionali lungo una linea identitaria che non coincide con quella elettorale. Il sistema Westminster è progettato per maggioranze coese: quando la frattura attraversa i partiti invece di separarli, ogni coalizione parlamentare diventa fragile indipendentemente dalla sua dimensione numerica. Johnson aveva 80 seggi di maggioranza. Non è bastato;
  • Reform UK ha trasformato questa fragilità in una trappola permanente. L'impossibilità di consegnare il controllo sull'immigrazione promesso dal Leave ha prodotto un bacino elettorale stabile per Farage, che nessun governo ha saputo neutralizzare. Reform non ha fatto cadere un governo da solo, ma ha sistematicamente eroso il consenso di ognuno, comprimendo il margine di sopravvivenza politica fino a renderlo non sufficiente.

Adesso

  • Andy Burnham, ex sindaco di Manchester e favorito alla successione, dovrà scegliere tra una incoronazione senza contest formale e una leadership race. La prima è più rapida ma lo priva della legittimità necessaria per affrontare il nodo costituzionale che Starmer non ha risolto. Il settimo premier potrebbe nascere già indebolito;
  • Il rapporto con l'Unione Europea torna aperto. Burnham ha posizioni più favorevoli al riavvicinamento con Bruxelles rispetto al predecessore, ma qualsiasi reset implica rinegoziare l'accordo commerciale post-Brexit in un contesto in cui l'Ue ha altre priorità strategiche e il Parlamento britannico altri vincoli interni;
  • Il vuoto nel triangolo atlantico si apre in un momento critico. Starmer aveva costruito un ruolo riconosciuto nel rallying del fronte europeo per l'Ucraina e nella gestione delle conseguenze della guerra in Iran. Burnham, senza esperienza di politica estera, deve costruire quella credibilità da zero, in un sistema internazionale con margine di errore minimo.

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