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60 miliardi di export agroalimentare e 3 ritardi strutturali da colmare: cosa fa il dl agricoltura per rendere l'Italia competitiva

Cos’è successo
L'agroalimentare italiano vale oltre 60 miliardi di export annuo, è il secondo settore esportatore del Paese dopo la meccanica. Eppure su tre fronti strategici - frumento, olio d'oliva e vini dealcolati - l'Italia sconta ritardi normativi e strutturali che ne indeboliscono la posizione sui mercati internazionali. Il disegno di legge "Misure di consolidamento e sviluppo del settore agricolo", approvato dal Consiglio dei Ministri il 24 luglio 2025 e ricalendarizzato nelle ultime ore in Commissione alla Camera, prova ad affrontarli con tre articoli specifici.
L'articolo 2 introduce un credito d'imposta fino al 40% per le imprese agroalimentari che sottoscrivono contratti di filiera pluriennali con produttori di frumento italiano. L'articolo 13 rimuove il vincolo normativo che impediva ai produttori italiani di fare vini dealcolati negli stessi stabilimenti enologici dove producono vino tradizionale, un blocco che costringeva chi voleva entrare in questo mercato a mandare il vino all'estero per la lavorazione. L'articolo 15 introduce obblighi di etichettatura più chiari sulle miscele che contengono olio vergine di oliva, per distinguerle dagli oli vergini puri nella grande distribuzione. Tre interventi tecnici, ma con implicazioni commerciali dirette.
Perché conta
- Frumento e filiera cerealicola (articolo 2). L'Italia importa ogni anno tra 1,1 e 1,3 milioni di tonnellate di frumento tenero dall'estero, con una dipendenza strutturale che indebolisce il potere contrattuale delle imprese italiane sulle materie prime. Il credito d'imposta fino al 40% per i contratti pluriennali tra industrie agroalimentari e produttori di frumento italiano punta a costruire relazioni stabili tra chi coltiva e chi trasforma, riducendo la quota di materia prima acquistata sul mercato spot internazionale e rafforzando la tracciabilità;
- Olio vergine di oliva (articolo 15). L'Italia è tra i primi produttori mondiali di olio extravergine, ma perde competitività rispetto a Spagna, Tunisia e Grecia su un fronte preciso: l'etichettatura delle miscele. Oggi nella grande distribuzione prodotti che contengono una quota minoritaria di olio vergine possono essere presentati graficamente in modo da confondersi con l'olio puro, a vantaggio dei competitor che producono a costi più bassi. L'articolo 15 introduce l'obbligo di indicare in etichetta la percentuale del prodotto prevalente nelle miscele e impone modalità di esposizione che distinguano chiaramente le miscele dagli oli vergini puri, una misura di trasparenza che tutela il consumatore, ma che protegge anche il valore del prodotto italiano;
- Vini dealcolati (articolo 13). È il fronte dove il ritardo italiano è più evidente e più costoso. Dal 2021 il regolamento europeo consente la produzione di vini dealcolati, ma la legge italiana bloccava di fatto la produzione nel Paese, costringendo i produttori a mandare il vino all'estero per la lavorazione mentre Francia, Spagna e Germania producevano già liberamente. L'articolo 13 rimuove il vincolo, consentendo la detenzione di soluzioni idroalcoliche derivate dalla dealcolazione negli stessi stabilimenti enologici, un intervento tecnico che vale un accesso diretto a un segmento in forte espansione.
Adesso
- L’iter è ancora in prima lettura alla Camera e nessuno dei tre articoli è ancora operativo, ogni settimana di ritardo ha un costo diverso per ciascun settore: un mercato dei dealcolati che cresce al 10% annuo e che i competitor europei già presidiano, una finestra sperimentale sull'olio fino al 31 dicembre 2026 che rischia di chiudersi prima di aprirsi, filiere del frumento ancora esposte alla volatilità internazionale;
- Il contesto esterno rende questi tre articoli più urgenti di quanto sembrino: dazi americani sul vino, concorrenza di Spagna e Tunisia sull'olio, mercati cerealicoli sotto pressione per la crisi di Hormuz. Il ddl arriva nel momento giusto, ma deve ancora essere approvato.