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5 motivi per cui l'Occidente sta finendo i missili intercettori

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5 motivi per cui l'Occidente sta finendo i missili intercettori

Cos’è successo

A Kiev i residenti tornano a dormire nelle stazioni della metropolitana sovraffollate o nei garage sotterranei. La Russia bombarda la città con un numero sempre maggiore di missili balistici e ipersonici (nelle ultime ore la capitale e Odessa), mentre l'Ucraina non sta riuscendo più a intercettarli come prima. Il tasso di intercettazione dei missili balistici russi racconta da solo la traiettoria del collasso: circa il 70% a marzo, sceso al 20% a luglio, e nella notte del 5 agosto zero intercettazioni. L'aeronautica ucraina ha smesso di pubblicare aggiornamenti regolari sui dati, mentre la Russia, nel frattempo, aumenta la produzione di missili.

Non è un problema solo ucraino. Taiwan teme che 102 unità ordinate anni fa non arrivino quest'anno come previsto, e Lockheed Martin, produttrice della versione più avanzata PAC-3 MSE, dichiara di non poter garantire tempi di consegna a nessun cliente estero, vista la facoltà del Pentagono di dirottare le forniture. Secondo un recente studio della Heritage Foundation, se gli Stati Uniti dovessero combattere contro la Cina esaurirebbero le proprie scorte di intercettori nel giro di pochi giorni, restando incapaci di usare le proprie basi in Giappone e a Guam.

Perché conta

Dietro la crisi attuale si sommano almeno cinque cause distinte, alcune immediate e altre radicate in decenni di scelte strategiche sbagliate.

  • Il consumo record durante la guerra di Trump contro l'Iran: secondo il Center for Strategic and International Studies (CSIS), il Pentagono ha sparato quasi due terzi delle proprie scorte pre-belliche di Patriot, oltre a quote consistenti di altri intercettori, nel corso del conflitto di quest'anno;
  • Decenni di produzione al ritmo di pace nonostante tamburi di guerra sempre più incalzanti: le industrie della difesa su entrambe le sponde dell'Atlantico continuano a operare secondo ritmi da tempo di pace, un errore strutturale che la guerra con l'Iran ha solo accelerato, non creato;
  • La proliferazione globale dei missili: il numero di attori statali e non statali capaci di lanciare missili balistici, da crociera o droni è aumentato ovunque nel mondo, moltiplicando la domanda di sistemi difensivi;
  • La tendenza dei generali a investire in armi appariscenti piuttosto che nelle munizioni che consumano: le priorità di spesa militare hanno storicamente privilegiato piattaforme costose e visibili rispetto agli stock di munizioni necessari a sostenerle in un conflitto prolungato;
  • La compiacenza sulla supremazia aerea americana: per anni si è dato per scontato un predominio nei cieli che ha reso meno urgente accumulare scorte di intercettori, un'assunzione che la guerra in Iran e il conflitto ucraino hanno smentito bruscamente.

A complicare ulteriormente il quadro c'è un'asimmetria economica strutturale: un missile balistico costa generalmente meno dell'intercettore usato per abbatterlo (ogni colpo PAC-3 MSE costa tra 4 e 5 milioni di dollari) e i difensori sparano tipicamente almeno due intercettori per ogni missile in arrivo per aumentare le probabilità di successo.

Adesso

  • Negli Usa la ricostruzione delle scorte richiederà anni: secondo il CSIS, ci vorrà fino al 2029 per riportare le scorte di Patriot ai livelli pre-bellici, e questo solo ipotizzando che il Congresso approvi la richiesta di bilancio della difesa da 1.500 miliardi di dollari di Trump, un aumento del 50% rispetto alla spesa attuale, ritenuto improbabile;
  • I produttori promettono di accelerare, ma i contratti non sono ancora firmati: i produttori hanno intanto concordato quest'anno di aumentare la produzione di PAC-3 da 600 a circa 2.000 unità l'anno entro l'inizio degli anni 2030;
  • Le alternative più economiche restano indietro: il progetto Freyja, che coinvolge l'ucraina Fire Point insieme a numerosi produttori europei, punta a sviluppare un intercettore a un quarto del costo di un PAC-3 senza tecnologia americana, con test previsti dal prossimo anno, ma resta descritto da scettici come Douglas Barrie dell'International Institute for Strategic Studies come "un tiro alla luna"; Lockheed Martin lavora nel frattempo al PAC-3 ACE, più economico ma meno capace, che potrebbe entrare in produzione nel 2028.

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