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5 cose da sapere sulle nuove sanzioni di Trump contro l'Iran e 3 possibili scenari

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5 cose da sapere sulle nuove sanzioni di Trump contro l'Iran e 3 possibili scenari

Cos’è successo

Più di sei mesi dopo l'inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent ha presentato lunedì un nuovo pacchetto di sanzioni secondarie contro Teheran, ribattezzato "Operation Economic Outcast" e definito "il più grande attacco finanziario di sempre," in quella che il presidente Donald Trump definisce da giorni un "economic D-Day" contro un'economia iraniana "completamente collassata", a suo dire. La mossa arriva dopo mesi in cui il blocco navale statunitense, in vigore da aprile, ha già eroso quasi del tutto le entrate petrolifere di Teheran, costringendo l'Iran a finanziare lo sforzo bellico con tasse interne, esportazioni non petrolifere e riserve accumulate prima del conflitto.

Il regime non ha dato segnali di resa, ma alcuni funzionari iraniani hanno iniziato a suggerire che sia meglio chiudere la guerra piuttosto che sostenere mesi o anni di logoramento economico. Resta però aperta la domanda che accompagna ogni nuova stretta sanzionatoria contro Teheran: quanto dolore economico il regime sia disposto a tollerare prima di cedere, dato che l'Iran ha già mostrato in passato un'alta capacità di resistenza alle sanzioni internazionali senza modificare in modo sostanziale la propria posizione regionale, né tantomeno la sua politica sul nucleare.

Perché conta

La nuova offensiva coinvolge insieme il piano economico, quello diplomatico e quello militare, e si inserisce in una crisi che sul terreno era già avanzata. Cinque elementi permettono di ricostruirne la portata:

  • L'annuncio di Bessent estende le sanzioni secondarie ai settori degli asset digitali, della tecnologia, dell'oro, dell'aviazione e della navigazione, e il Tesoro ha sanzionato quasi 60 tra entità, individui e navi legati a procurement nucleare e missilistico, ossia all'approvvigionamento, operazioni cyber e contrabbando di petrolio, sospendendo anche alcune licenze che consentivano pagamenti verso l'Iran;
  • La risposta iraniana si muove su due binari, con l'Autorità dello Stretto del Golfo Persico che ha minacciato di multare, fermare o confiscare 46 navi, accusate di aver violato i "protocolli iraniani" a Hormuz, mentre sul piano politico il presidente Masoud Pezeshkian ammette la gravità della crisi e il presidente del Parlamento Ghalibaf respinge le minacce Usa, sostenendo che i partner commerciali di Teheran "non le prendono sul serio";
  • I mercati petroliferi hanno reagito con calma, con il Brent scambiato a 90,39 dollari al barile (-0,17%) e il Wti a 84,96 dollari (-0,06%) dopo i ribassi di oltre il 2% della vigilia, segno che gli investitori stanno ancora valutando l'impatto reale delle misure;
  • Sul campo la crisi economica iraniana è già avanzata, con il rial sceso a 2,02 milioni per dollaro (il 22% in più rispetto al minimo pre-guerra di 1,65 milioni), un'inflazione che secondo il Fondo Monetario Internazionale toccherà il 68,9% nel 2026 - la più alta dal 1979;
  • Sul fronte diplomatico, la pausa nei bombardamenti ha aperto un canale di mediazione con Oman, Qatar e Pakistan per trasformare la tregua in un cessate il fuoco duraturo: sul tavolo anche una proposta di gestione condivisa del traffico nello Stretto di Hormuz sul modello degli Stretti di Malacca e Singapore, mentre Teheran chiede garanzie contro nuovi attacchi e la fine delle sanzioni e Washington pretende la resa del materiale nucleare rimasto.

Adesso

  • Nel breve termine, il rischio più probabile è un logoramento economico senza cedimento militare: l'Iran assorbe la pressione scaricandone il peso sulla popolazione e continua a usare le minacce a Hormuz come leva negoziale senza tornare alla guerra aperta, mentre Washington attende gli effetti delle sanzioni almeno fino alle elezioni di metà mandato prima di valutare una nuova campagna militare;
  • Un secondo scenario è quello di un accordo mediato che converte la pausa attuale in una tregua stabile, con la diplomazia di Oman, Qatar e Pakistan che porta a un'intesa sulla gestione dello Stretto di Hormuz in cambio di un alleggerimento delle sanzioni e di garanzie di sicurezza per Teheran, e l'Iran che accetta di cedere il materiale nucleare residuo come condizione chiave richiesta dagli Stati Uniti;
  • Il terzo scenario, il più instabile, è quello di una rottura interna o di un azzardo militare: il regime potrebbe trovarsi davanti a una scelta estrema tra cedere rapidamente alle condizioni americane per evitare il collasso interno oppure tentare un'azione militare o asimmetrica nel Golfo per cambiare la narrativa prima che la pressione economica diventi insostenibile - un'ipotesi che alcuni analisti, come Chris Kennedy di Bloomberg Economics, ritengono già plausibile nel breve termine.

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