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5 cose da sapere sull'intesa sul diesel russo che darà un breve sollievo ma nessuna svolta

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5 cose da sapere sull'intesa sul diesel russo che darà un breve sollievo ma nessuna svolta

Cos’è successo

L'intesa sul diesel russo voluta da Donald Trump risponde più a un'esigenza politica che a un bisogno di mercato. Il presidente punta a mostrare agli elettori un calo dei prezzi a tre settimane dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, ma i volumi annunciati sono piccoli rispetto alla domanda Usa e dipendono da condizioni che Mosca e Kiev non controllano da sole, a partire dalla tenuta della tregua sulle raffinerie.

I primi segnali sono contenuti: il diesel Usa ha perso lo 0,5% lunedì e questa mattina il Brent cede l'1,1% a 105,47 dollari al barile e il Wti l'1,3% a 92,57 dollari. Il calo arriva dopo un rialzo di quasi due dollari nella seduta precedente, con il Brent ai massimi dal 15 settembre. A pesare sui prezzi restano i rischi nel Golfo, più dei barili aggiuntivi dalla Russia.

Perché conta

  • Le 300mila tonnellate iniziali, pari a 2,25 milioni di barili, equivalgono a meno di un giorno di consumo dei trasporti Usa, circa 2,94 milioni di barili al giorno secondo dati Eia citati da Reuters. Le ulteriori 1,5 milioni di tonnellate (500mila a novembre e un milione "subito dopo") coprirebbero meno di quattro giorni;
  • Mosca esportava circa 100mila tonnellate al giorno prima degli attacchi ucraini del 2024. Ha vietato l'export di diesel da luglio e ha esteso lo stop fino al 31 ottobre ai Paesi senza accordi bilaterali, revocandolo solo in parte. Secondo fonti dell'industria citate da Reuters, le prime 300mila tonnellate sono raggiungibili solo se Kiev smette di colpire le raffinerie e un grande impianto della parte europea del Paese, danneggiato dai droni, riparte. Restano da chiarire anche quali petroliere usare, visto che molte sono sanzionate;
  • Il vantaggio per Mosca sta nel fatto che 300mila tonnellate varrebbero circa 400 milioni di dollari, di cui solo una piccola parte andrebbe al bilancio statale, perché la Russia tassa soprattutto la produzione e non l'export di carburanti;
  • La Cina ha approvato per ottobre esportazioni di carburanti per circa 3,7 milioni di tonnellate, contro oltre quattro milioni di settembre. L'Opec ha ridotto a 400mila barili al giorno la crescita della domanda 2026, dagli 1,4 milioni di inizio anno. Gli Houthi hanno colpito l'aeroporto di Riad e sono stati segnalati attacchi a petroliere vicino a Hormuz, mentre i ministri Opec e non Opec dicono che trasporto e assicurazione costano più di un terzo del valore delle merci;
  • Il quadro politico: parlamentari di entrambi i partiti Usa sostengono che l'intesa violi il divieto di importare energia russa, e il repubblicano Don Bacon chiede di applicare le nuove sanzioni votate dal Congresso. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky teme che rafforzi gli attacchi di Mosca, mentre il governo del Regno Unito rafforza le sanzioni e quello tedesco chiede più pressione sulla Russia.

Adesso

  • Nel breve termine è possibile un sollievo, ma limitato: se la tregua regge e le raffinerie russe ripartono, le prime consegne potrebbero attenuare la tensione sul diesel, senza incidere sul prezzo del greggio;
  • Nel lungo termine il quadro difficilmente cambia. I volumi dipendono da una riapertura parziale e reversibile dell'export russo, mentre offerta cinese in calo e rischio nel Golfo restano i fattori dominanti. Per l'analista Tim Waterer di Kcm Trade, "fino a segnali più chiari di de-escalation" i prezzi tendono a salire.
  • La tregua sulle infrastrutture è tutta da vedere, tanto che lo stesso Trump - sollecitato sul tema dalla stampa d’oltreoceano - si è limitato a dire che l’intesa c’è “perché lo dico io”, anche se Kiev e Mosca hanno frenato gli entusiasmi in merito.

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