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43,3% contro 18,5% di Pil risparmiato, il vero vantaggio cinese nel green tech è la montagna di capitale da investire

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43,3% contro 18,5% di Pil risparmiato, il vero vantaggio cinese nel green tech è la montagna di capitale da investire

Cos’è successo

Un working paper dell'UNU-WIDER firmato dall'economista Alicia García-Herrero ricostruisce come la Cina sia diventata il fornitore dominante di tecnologie verdi a livello globale, e perché il resto del mondo, Europa in testa, dipenda ormai strutturalmente dalla sua capacità produttiva. Il dato più citato è quello della sovracapacità: la Cina produce ogni anno 622 gigawatt di pannelli solari a fronte di una domanda mondiale che, per rispettare la traiettoria dell'Accordo di Parigi, richiederebbe 404 gigawatt, e 94 gigawatt di turbine eoliche contro un fabbisogno globale di 108.

Pechino controlla l'85% della produzione mondiale di pannelli solari e il 68% di quella delle turbine eoliche, mentre la sua quota di mercato nell'export di veicoli elettrici nei mercati extra-cinesi è salita al 28% e quella delle batterie all'11%, partendo da livelli quasi nulli solo cinque anni fa. Ma il dato che l'economista indica come realmente decisivo, quello che spiega perché questo vantaggio sia strutturale e non congiunturale, riguarda il risparmio. Nel 2024 la Cina ha risparmiato il 43,3% del proprio Pil, contro il 25,8% dell'Unione europea e appena il 18,5% degli Stati Uniti. È un tasso più che doppio rispetto a quello europeo e quasi triplo rispetto a quello americano, ed è proprio questa massa di capitale interno, sommata a un'economia ancora chiusa agli investimenti esteri e a una valuta gestita politicamente, a garantire a Pechino una disponibilità di risorse da investire in settori capital-intensive come il green tech, l'automotive e oggi l'intelligenza artificiale, superiore a quella di qualunque concorrente.

Perché conta

Il paper invita a distinguere il segnale dal rumore: il prezzo dei pannelli solari che scende è la conseguenza visibile, non la causa del vantaggio cinese.

  • La sovracapacità cinese funziona come un sussidio implicito al mondo intero: la pressione competitiva tra le aziende cinesi ha fatto crollare il prezzo dei moduli fotovoltaici, rendendo la decarbonizzazione più economicamente sostenibile per tutti i Paesi, specialmente quelli in via di sviluppo dove il costo resta la barriera principale all'adozione di tecnologie pulite;
  • Il capitale europeo non resta in Europa: i risparmi del continente vengono in gran parte investiti negli Stati Uniti, dove trovano rendimenti migliori, soprattutto perché le aziende tecnologiche con il maggior potenziale di crescita tendono a trasferirsi in America nel momento in cui devono fare il salto di scala, lasciando il continente strutturalmente a corto di capitale proprio nei settori che richiederebbero investimenti massicci;
  • Il margine di profitto delle aziende cinesi si sta comprimendo, non quello della loro capacità produttiva: la guerra dei prezzi interna alla Cina ha eroso la redditività dei produttori locali, un segnale classico di mercato saturo che porterà a consolidamento e riduzione degli investimenti in conto capitale, ma che nel frattempo non intacca affatto la sovracapacità produttiva già installata.

Adesso

  • Competere testa a testa con la Cina nei settori dove ha un vantaggio strutturale ha poco senso: secondo il paper, replicare l'intero ecosistema cinese, fatto di mercato interno protetto, capitale statale illimitato e tolleranza pianificata per la iper-competizione, non è realisticamente fattibile per nessun singolo Paese, Europa inclusa;
  • Il Sud globale punta sulle alleanze regionali per aggregare la domanda: il paper cita il Vietnam di VinFast e l'Indonesia, che ha imposto la lavorazione domestica del nichel per attrarre investimenti nella raffinazione, come esempi di Paesi che hanno costruito capacità industriale complementare, non concorrente, a quella cinese;
  • Occidente e Cina rispondono con strategie industriali proprie, non con la competizione diretta sui prezzi: iniziative come l'Inflation Reduction Act statunitense e il Green Deal Industrial Plan europeo tentano di costruire filiere domestiche resilienti, ma restano di fronte a un dilemma di fondo, accettare un certo grado di dipendenza dalla produzione cinese a basso costo oppure investire risorse ingenti e per tempi lunghi in alternative interne.

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