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41 dollari a tonnellata, il costo nascosto del caldo sulla produttività mondiale del lavoro

Cos’è successo
Uno studio dell'Università della California pubblicato il 16 settembre sulla rivista Nature Climate Change, quantifica per la prima volta in modo sistematico il costo economico globale dello stress da calore sulla produttività del lavoro. La ricerca stima che ogni tonnellata di CO2 emessa nel 2025 sia costata 41 dollari in produttività persa. Secondo l'autrice principale Frances Moore, docente al Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali di UC Davis, il lavoro risulta ora il secondo maggiore contributore al costo sociale totale del carbonio, subito dopo le morti legate al caldo.
Per arrivare a questa stima, i ricercatori hanno combinato proiezioni basate su un indicatore chiamato "temperatura del globo a bulbo umido" (WBGT), che cattura i rischi fisici delle alte temperature considerando variabili come umidità e velocità del vento, con stime specifiche per settore economico e area geografica sull'intensità del lavoro e l'esposizione all'aperto. Le aree densamente popolate che superano soglie critiche di calore e umidità risultano le più colpite: India, Nigeria, Cina, Pakistan, oltre a diversi Paesi del Medio Oriente e dell'Africa subsahariana, con le perdite maggiori concentrate in Asia meridionale, orientale e sudorientale e in Africa.
Perché conta
Il lavoro dei ricercatori aggiorna anche un'altra componente chiave del calcolo del costo sociale del carbonio, restituendo un quadro complessivo più solido anche se leggermente ridimensionato.
- Lo studio aggiorna al ribasso i danni agricoli, ma non quelli sul lavoro: utilizzando le evidenze del Sesto Rapporto di Valutazione dell'IPCC, i ricercatori hanno rivisto la funzione di danno agricolo, riducendo la stima da 95 a 29 dollari per tonnellata di CO2; sommando le due revisioni, il costo sociale del carbonio atteso per il 2025 scende leggermente da 204 a 179 dollari a tonnellata, ma con un'incertezza statistica molto più contenuta rispetto alle stime precedenti;
- Il valore rafforza le stime già utilizzate dai regolatori statunitensi: lo studio fornisce un forte sostegno a un valore del costo sociale del carbonio di circa 200 dollari, simile a quello stimato dall'Agenzia per la Protezione Ambientale statunitense nel 2023, anche se le attuali linee guida federali non riconoscono questa metrica e scoraggiano la monetizzazione degli impatti dei gas serra nelle analisi regolatorie; lo studio esclude comunque con sicurezza statistica un costo sociale del carbonio pari a zero o negativo;
- L'esposizione al calore varia moltissimo in base al lavoro e all'accesso all'aria condizionata: braccianti agricoli ed edili risultano molto più esposti rispetto a impiegati o lavoratori dei servizi, per la natura fisicamente intensa e all'aperto del loro lavoro, ma anche i lavoratori al chiuso senza climatizzazione restano a rischio; un dataset su 33 Paesi mostra tassi di diffusione dell'aria condizionata residenziale che vanno dallo 0% del Sud Sudan al 90% del Giappone.
Adesso
- Lo studio invita datori di lavoro e legislatori a un cambio di approccio: secondo Moore, il caldo va trattato come un rischio concreto per la salute dei lavoratori, considerando la frequenza e l'intensità crescenti delle ondate di calore previste nei prossimi anni;
- Esistono già misure concrete di mitigazione sul posto di lavoro: oltre all'aria condizionata, più ombra, acqua, pause e lo spostamento del lavoro verso le ore più fresche della giornata possono proteggere i lavoratori dallo stress da calore, strumenti che secondo i ricercatori vanno però attivamente pianificati e non lasciati alla sola iniziativa individuale;
- Il metodo diventa uno strumento pronto per orientare le politiche climatiche: secondo Moore, la crescente affidabilità delle stime sul costo sociale del carbonio rende questa metrica pronta per essere effettivamente integrata nelle analisi di policy climatica, colmando un vuoto che finora aveva lasciato la produttività del lavoro fuori dai principali modelli di valutazione dei danni.