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300 mld all’Iran, pedaggi su Hormuz e questione nucleare, i 3 nodi che mettono in dubbio l'intesa prima della firma

Cos’è successo
L’imminente firma dell’accordo tra Usa e Iran, prevista a Lucerna (Svizzera) per venerdì, è circondata da alcune incertezze, che minacciano la tenuta dell’accordo. Nonostante l'ottimismo di Donald Trump, l'architettura diplomatica mostra vistose crepe tecniche. Le indiscrezioni di Reuters e del Financial Times su un imponente piano di aiuti finanziari a Teheran, un fondo dedicato da 300 miliardi di dollari, si scontrano con le secche smentite della Casa Bianca, mentre la cruciale riapertura dello Stretto di Hormuz resta legata a una formulazione ambigua, con Teheran che non esclude l’ipotesi di imporre, nel medio-lungo periodo, tariffe marittime.
Sullo sfondo, quella che Trump definisce “rinuncia all'atomica” da parte della Repubblica Islamica appare per ora come un impegno di massima, privo di dettagli operativi vincolanti, sollevando lo scetticismo degli alleati, in particolare di Israeel. Il vicepresidente JD Vance assicura che l’Iran tornerà a consentire le ispezioni dell’Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), ma i veri interrogativi riguardano l’uranio arricchito già nelle mani di Teheran.
Perché conta
I nodi principali che rischiano di paralizzare il memorandum riguardano dunque la finanza, la sicurezza marittima e gli impegni in materia nucleare:
- Le indiscrezioni di stampa su un potenziale fondo Usa da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione dell'Iran sono state bollate da Trump come falsità, escludendo ogni esborso immediato o allentamento delle sanzioni, considerato che i rumors avevano già prodotto un’ondata di critiche e ironie polemiche;
- L'impegno a riaprire lo Stretto di Hormuz rischia di essere vanificato dalla richiesta di Teheran di applicare, dopo sessanta giorni, speciali “tariffe per servizi alle navi”, mossa che i regolatori vedono come un pedaggio mascherato contrario al diritto internazionale;
- La proclamata rinuncia dell'Iran all'arma nucleare poggia su un documento generale di una pagina e mezzo che per ora garantisce solo il rientro degli ispettori, lasciando indefiniti i dettagli tecnici sulla distruzione dell'uranio.
Adesso
- A livello regionale, l'accordo spinge l'amministrazione Usa verso una complessa normalizzazione nel Golfo, ma la mancanza di trasparenza sui dettagli operativi rischia di alimentare la diffidenza dei partner storici, in particolare di Israele che ha già manifestato il proprio scetticismo sull’intesa e intende proseguire le operazioni in Libano contro Hezbollah;
- Sul piano internazionale, la de-escalation legata alle rotte energetiche solleva i dubbi di grandi potenze come la Cina, convinte che la fase negoziale più complessa debba ancora iniziare, anche se Trump assicura che le negoziazioni successive saranno più semplici;
- In ambito europeo, paesi come Italia e Francia si sono detti disponibili – tramite le dichiarazioni dei rispettivi leader al G7 in corso a Evian – a garantire la sicurezza dello Stretto una volta normalizzata la situazione sul campo.