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3 segnali lanciati in 24 ore da Putin, Zelensky e Trump su un possibile negoziato di pace

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3 segnali lanciati in 24 ore da Putin, Zelensky e Trump su un possibile negoziato di pace

Cos’è successo

Nel giro di poche ore, mercoledì, i tre protagonisti della guerra in Ucraina hanno parlato quasi in sequenza di una possibile ripresa dei negoziati. Vladimir Putin ha aperto, dal palco del Forum economico orientale di Vladivostok, alla possibilità di trattative "costruttive". Volodymyr Zelensky ha annunciato l'arrivo a breve a Kiev degli emissari di Donald Trump. E lo stesso Trump, in un'intervista a GB News, si è detto convinto che il conflitto "sarà risolto".

Sono le prime dichiarazioni sincronizzate e almeno formalmente positive dalle parti dopo diverso tempo. Ma arrivano in una giornata segnata anche da nuove tensioni: dalla chiusura russa del Goethe-Institut in risposta alla Casa Russa di Berlino, agli attacchi incendiari in Baviera, fino all'allarme sabotaggio lanciato dall'intelligence danese.

Perché conta

  • "Ci sono possibilità? A mio avviso sì, ci sono", ha detto il presidente russo rispondendo a una domanda sulla prospettiva di trattative pacifiche con Kiev. Un'apertura, però, immediatamente condizionata: secondo Putin le minacce di Zelensky ai voli civili che sorvolano la Russia, lanciate il 1° settembre in risposta ai droni ucraini che secondo Kiev partono dallo spazio aereo russo, complicano la possibilità di un negoziato bilaterale. Putin ha comunque definito "positivo" l'atteggiamento di Trump nei contatti in corso tra le due amministrazioni, lasciando intendere che il canale con Washington resta aperto anche quando quello diretto con Kiev si complica;
  • Poche ore dopo il discorso di Putin, il presidente ucraino ha reso noto che gli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, saranno a Kiev nei prossimi giorni e da lì si sposteranno anche a Mosca. È un dettaglio che pesa più delle parole: mentre Putin e Trump parlano di "possibilità" e "ottimismo", l'annuncio di una missione itinerante tra le due capitali indica che dietro la retorica c'è, quantomeno, un tentativo organizzativo in corso;
  • "Penso che ci riusciremo", ha detto il presidente americano a GB News, aggiungendo però che "il livello di ostilità tra quei due leader sta facendo sì che questa guerra non finisca". Una lettura che sposta l'attenzione dai dossier territoriali e di sicurezza al rapporto personale tra Putin e Zelensky, un elemento che rende più difficile prevedere tempi e condizioni di un'eventuale intesa;
  • Il problema è che queste tre dichiarazioni convivono, nella stessa giornata, con segnali di segno opposto. Mosca ha annunciato la chiusura delle sedi del Goethe-Institut in Russia in risposta alla chiusura tedesca della Casa Russa a Berlino, mentre il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha accusato il cancelliere Friedrich Merz di gesti "goffi" contro la Russia. A Monaco di Baviera due cittadini bulgari sono stati arrestati per un attacco incendiario contro un'azienda della difesa tedesca. In Danimarca l'intelligence ha lanciato l'allarme su possibili sabotaggi russi contro l'industria bellica, mentre la Polonia ha convocato l'ambasciatore russo per gli atti di sabotaggio degli ultimi giorni. E in Estonia il ministro della Difesa Hanno Pevkur si è dimesso dopo lo scandalo di una fornitura di munizioni all'Ucraina mai consegnata. In altre parole, mentre i tre leader parlano di negoziati, la guerra ibrida contro l'Europa prosegue senza interruzioni.

Adesso

  • I contatti diplomatici avviano un percorso reale verso un negoziato strutturato. Perché questo scenario si realizzi serve che la missione di Witkoff e Kushner tra Kiev e Mosca produca un'agenda concreta, oltre le dichiarazioni di principio, e che Washington eserciti una pressione effettiva su entrambe le parti per congelare, anche solo temporaneamente, le rispettive escalation. In questo caso guadagnerebbero soprattutto gli attori europei più esposti economicamente alla guerra, mentre resterebbe da capire quanto l'Ucraina sarebbe disposta a cedere su territorio e garanzie di sicurezza in cambio di una tregua;
  • Le dichiarazioni restano un esercizio retorico, senza seguito concreto sul terreno. È lo scenario più coerente con i precedenti dell'ultimo anno: aperture verbali seguite da nuove escalation, come dimostrano gli episodi della stessa giornata, dalla vicenda del Goethe-Institut ai sabotaggi in Danimarca e Polonia. Perché si realizzi non serve fare nulla: basta che il canale Witkoff-Kushner si areni sui dossier più spinosi, Crimea, Donbass e garanzie Nato, come già accaduto in precedenti tentativi di mediazione. In questo caso sarebbe l'Europa orientale, e in particolare i Paesi baltici già colpiti da sabotaggi e crisi politiche interne come l'Estonia, a restare più esposta nel breve periodo.

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