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3 lezioni che l'Occidente dovrebbe aver imparato dall'Afghanistan a 5 anni dal ritorno dei talebani

Cos’è successo
Domani, 15 agosto, ricorre il quinto anniversario della caduta di Kabul e del ritorno al potere dei talebani, dopo un disordinato ritiro occidentale che resta, ancora oggi, uno dei momenti più studiati della politica internazionale recente. A distanza di cinque anni, tre lezioni emergono con sufficiente chiarezza, e continuano a essere invocate, esplicitamente o implicitamente, e a influire su ogni dibattito su Ucraina, Taiwan e sulle missioni internazionali di state-building: la fragilità di uno Stato costruito dall'esterno, il costo di lungo periodo di un ritiro gestito male e i limiti dell’impegno (e poi del disimpegno) da teatri di crisi come strumento di pressione politica.
Perché conta
- La prima lezione riguarda la legittimità dello Stato. Il governo afghano sostenuto dall'Occidente dipendeva per circa il 75% della propria spesa pubblica da aiuti esteri, e collassò nel giro di pochi giorni quando quel sostegno venne meno, molto prima ancora che i talebani completassero l'avanzata militare: capacità militari e istituzioni formali non bastano se lo Stato non ha radici politiche autonome e un consenso interno che sopravviva al ritiro degli sponsor esterni;
- La seconda lezione riguarda il modo in cui ci si ritira, non solo la decisione di farlo. Le immagini del ponte aereo dal caotico aeroporto di Kabul e l'abbandono di migliaia di collaboratori, interpreti e informatori locali hanno lasciato un'eredità di sfiducia che continua a pesare: oggi quel precedente viene citato esplicitamente nei dibattiti su un possibile disimpegno americano da Ucraina o Taiwan, come prova che gli impegni occidentali possono rivelarsi meno solidi del previsto quando i costi politici salgono;
- La terza lezione riguarda i limiti del disimpegno come leva politica. Il congelamento di 9,1 miliardi di dollari di riserve valutarie afghane e il taglio degli aiuti internazionali hanno prodotto una crisi umanitaria di proporzioni enormi, con 21,9 milioni di persone che avranno bisogno di assistenza nel 2026 e appena il 26% dei fondi necessari raccolto finora, senza però produrre una leva reale sul comportamento dei talebani, che nel frattempo hanno smantellato sistematicamente i diritti umani, in particolare delle donne, escludendo 2,4 milioni di ragazze dall'istruzione secondaria.
Adesso
- Il rischio concreto è che la lezione afghana venga applicata solo a parole: se le missioni di ricostruzione future (dalla ricostruzione post-bellica dell'Ucraina alle missioni nel Sahel) continueranno a privilegiare la costruzione rapida di istituzioni formali sostenute da finanziamenti esterni senza investire nella legittimità politica locale, il rischio di un collasso improvviso analogo a quello afghano resta alto ovunque il sostegno internazionale venga meno;
- Sulla credibilità del ritiro, i prossimi anni diranno se il precedente afghano resterà un monito isolato o diventerà un modello da evitare attivamente: una gestione più ordinata potrebbe attenuare il danno reputazionale accumulato dal 2021; una ripetizione caotica altrove lo aggraverebbe in modo forse irreversibile per la credibilità delle alleanze occidentali;
- Sui limiti del disimpegno come leva, lo scenario più probabile nel breve periodo è una normalizzazione pragmatica crescente, di cui l'incontro di giugno a Bruxelles tra la delegazione dell'Emirato islamico e Commissione europea più 15 Stati membri sui rimpatri è già un segnale: sempre più governi occidentali sembrano disposti a trattare con i talebani su dossier concreti, pur mantenendo sulla carta la condanna delle violazioni dei diritti umani.