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11 tonnellate di uranio fantasma: l'Iran ha materiale per decine di bombe

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11 tonnellate di uranio fantasma: l'Iran ha materiale per decine di bombe

Cosa è successo

A otto anni dall’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare con Teheran voluta da Donald Trump, l’Iran ha accumulato circa 11 tonnellate di uranio arricchito a vari livelli. Una quantità enorme oggi al centro di un nuovo interrogativo geopolitico: dove si trova davvero questa riserva? Per ricostruire l’andamento dell’arricchimento dell'uranio iraniano e le riserve potenziali della Repubblica islamica, il New York Times ha analizzato i rapporti trimestrali pubblicati dall’AIEA tra il 2003 e il 2025. Dopo due conflitti militari, la “Guerra dei 12 giorni” del giugno 2025 e il conflitto di quest’anno, conclusosi con un cessate il fuoco mediato dal Pakistan il 7 aprile, il destino dell’uranio iraniano resta incerto.

Il programma iraniano di arricchimento su scala industriale è iniziato nel 2006 con finalità dichiaratamente civili. Negli anni successivi, secondo i rapporti dell’International Atomic Energy Agency, le scorte sono cresciute costantemente: prima fino al 5%, poi al 20% dal 2010 — soglia tra uso civile e potenziale uso militare — e infine al 60% dal 2021, vicino al 90% necessario per un ordigno. Nel 2015, con l’accordo firmato tra Iran e sei potenze guidate dagli Stati Uniti, Teheran aveva ridotto il proprio stock del 97%, esportando in Russia oltre 11 tonnellate di materiale e accettando un limite del 3,67% e un tetto di 300 kg. Ma nel 2018, dopo il ritiro americano e il ritorno delle sanzioni, l’Iran ha ripreso ad accelerare.

Perché è importante

La questione non riguarda solo la quantità di uranio accumulato, ma soprattutto il grado di arricchimento e la capacità tecnica di portarlo rapidamente a un livello in grado di produrre un'arma atomica. Più la concentrazione aumenta, più il processo diventa veloce: arrivare al 20% partendo da zero è molto più difficile che passare dal 60% al 90%. Secondo il Center for Arms Control and Non-Proliferation, il 99% del lavoro di separazione necessario a portare l’attuale stock al 90% è già stato compiuto: mancherebbero solo 564 SWU (Separative Work Unit, ovvero l’unità di misura del “lavoro” necessario per separare gli isotopi dell’uranio), contro i 55.330 già impiegati.

  • Il 21 e 22 giugno 2025, durante la “Guerra dei 12 giorni”, gli Stati Uniti hanno colpito gli impianti di Natanz Nuclear Facility e Fordow Fuel Enrichment Plant con bombe “bunker buster” e i tunnel di stoccaggio di Isfahan con missili Tomahawk.
  • Il 2 luglio 2025 il presidente Masoud Pezeshkian ha firmato la legge che sospende la cooperazione con l’AIEA, interrompendo di fatto le ispezioni internazionali.
  • Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israel hanno lanciato una nuova offensiva, uccidendo la Guida Suprema Ali Khamenei e colpendo di nuovo Natanz.

E adesso?

  • Anche se Teheran riuscisse a recuperare e processare il materiale, servirebbero ancora mesi, forse oltre un anno, per trasformarlo in una testata nucleare operativa. Il passaggio dal 60% al 90% richiederebbe pochi giorni o settimane. La “weaponizzazione”, invece, aggiunge mesi di lavoro non verificabili.
  • Il timore principale riguarda l’esistenza di un impianto clandestino di arricchimento, forse nei tunnel vicino a Isfahan o Natanz, lontano dagli occhi degli ispettori. Sul piano diplomatico, l’assenza di verifiche internazionali rende più fragile qualsiasi negoziato e aumenta il rischio di errori di calcolo tra Washington, Teheran e gli alleati regionali.

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