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Un carico di contanti e oro rende i rapporti tra Ucraina e Ungheria ancor più tesi

4 min di lettura

Cosa è successo

Alcuni giorni fa, le autorità ungheresi hanno bloccato due veicoli blindati ucraini che stavano attraversando il territorio ungherese diretti dall'Austria all'Ucraina. All’interno dei veicoli blindati c’erano 75 milioni di euro (in contanti e oro) che sono stati sequestrati.
Oltre al sequestro, le autorità ungheresi hanno arrestato anche le sette persone ucraine che viaggiavano con il carico, tra cui un ex generale dei servizi segreti.
Secondo Budapest, il trasporto sarebbe stato illegale e sarebbe una copertura per un’operazione di riciclaggio. Secondo Kiev, invece, si tratterebbe di un normale trasporto di routine via terra di denaro contante e, per questo, le autorità ucraine hanno accusato il governo Orbán di "furto e sequestro di ostaggi".
Lunedì il partito Fidesz, quello di Orbán, ha presentato un disegno di legge per congelare i beni fino a quando non si sarà conclusa l'indagine delle autorità ungheresi in merito. Il che significa, probabilmente, sine die.

Perché è importante

Perché questo incidente relativo ai due portavalori non esiste nel vuoto. Al contrario, si colloca in una situazione di storica tensione.
I rapporti tra Ucraina e Ungheria sono pessimi da sempre. L’Ungheria è probabilmente il Paese che con più forza si oppone al sostegno UE all’Ucraina e quello che con altrettanta forza mostra vicinanza a Vladimir Putin (nel 2024, quando era presidente di turno del Consiglio UE, Viktor Orbán si recò a Mosca per una visita al presidente russo).
Questa situazione di tensione si è fatta più profonda e complessa negli ultimi mesi.
La riluttanza del presidente Trump (alleato e amico di Orbán) a sostenere l’Ucraina ha isolato l’UE nella sua posizione e reso, per riflesso, più forte quella di Orbán.
Non solo, ma nell’ultimo anno, all’interno del Consiglio UE, alla voce anti-Kiev di Orbán, si sono aggiunte quelle di Slovacchia e Cechia.
Il risultato è che nelle scorse settimane il Consiglio UE non è riuscito a licenziare la prima tranche del pacchetto da 90 miliardi di aiuti all’Ucraina, né ad avviare nuove sanzioni a Mosca. Questo perché l’Ungheria accusa Kiev di sabotare i suoi rifornimenti di energia (che dipendono in buona parte da un oleodotto russo che attraversa il territorio ucraino), accuse che Kiev respinge. Non solo: il presidente Orbán si trova in una posizione particolarmente difficile sul fronte interno, dal momento che il 12 aprile si vota e i sondaggi lo danno per sconfitto. Una situazione nella quale può avere senso per lui ergersi a leader di pace e a protettore dell’Ungheria dai venti di guerra che spirano tra UE e Russia, indicando l’Ucraina come ostile e colpevole di molti dei guai che affliggono il Paese.

E adesso?

Non sappiamo, ovviamente, a che destino andranno incontro i 70 milioni di euro sequestrati dall’Ungheria all’Ucraina. Ma è verosimile credere che il punto non sia la loro sorte, quanto i rapporti tra UE e Ucraina. Molto di questi rapporti dipenderà da questioni che con il carico sequestrato non hanno niente a che fare, ma che potrebbero essere influenzate dal sequestro.

  • Il risultato delle elezioni in Ungheria: i sondaggi danno il presidente Orbán indietro di circa 10 punti rispetto al suo avversario più centrista e filo-UE Péter Magyar. Ma sarebbe un errore dare Orbán per spacciato, sia perché altre volte in passato era risultato essere in difficoltà, ma poi ha comunque vinto, sia perché questa vicenda gli ha dato una nuova iniezione di popolarità, anche a motivo del fatto che, sulla scia dell’ira o dell’ingenuità, il presidente Zelensky lo ha minacciato direttamente (“Daremo l'indirizzo di questa persona alle nostre forze armate, ai nostri ragazzi. Lasciate che lo chiamino e gli parlino nella loro lingua”).
  • L’esito della guerra: fino a pochi giorni fa, le trattative di pace tra Russia e Ucraina, mediate dagli USA, occupavano le cronache. Oggi è evidente che il tema è del tutto scomparso dall’agenda dei diplomatici che lo hanno rimandato a data da destinarsi. D’altra parte, la guerra in Iran e la possibilità per il greggio russo di poter rientrare sul mercato offrono un grande vantaggio economico alla Russia che potrebbe approfittarne per rafforzare il suo sforzo bellico.

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