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Trump minaccia Macron con dazi al 100% sul vino ma la posta in gioco è la tassa francese sulle Big Tech

3 min di lettura
Trump minaccia Macron con dazi al 100% sul vino ma la posta in gioco è la tassa francese sulle Big Tech

Cos’è successo

In un'intervista al New York Post, alle porte del G7, Donald Trump ha minacciato un dazio del 100% su vino e champagne francesi se Parigi non dovesse cancellare la sua tassa sul digitale — il 3% che dal 2019 colpisce i ricavi generati in Francia da Alphabet, Amazon, Apple, Meta e Microsoft. Dice di averlo intimato a Macron di persona: "tolga la tassa, e non avrà quel tipo di pressione". Gli Stati Uniti valgono un quinto dell'export di vino francese, circa 2 miliardi l'anno.

Macron non arretra: "non è l'America a decidere le leggi francesi". È il suo ultimo G7 da presidente — lo ospita lui, a Évian — e a fine corsa non ha più nessuno da compiacere. Non è nemmeno la prima minaccia: già a gennaio Trump aveva agitato un 200% sul vino, e il settore, che paga già un dazio del 15%, è di nuovo in mezzo a una lite che non lo riguarda.

Perché conta

Il vino è l'ostaggio pretestuale; la posta in gioco è la tassa sui Big Tech. La digital services tax francese prende il 3% dei ricavi lordi generati nel Paese dai giganti del web — non degli utili — e proprio per questo pesa soprattutto sulle aziende americane (700 milioni di euro nel 2025, in crescita). Washington tratta quel prelievo come un'aggressione e risponde con l'arma che ha: un dazio, che diventa politica tecnologica. Chi tassa le aziende americane paga pegno — letteralmente.

  • È un altro fronte della sovranità sul tech: se uno Stato possa tassare — e quindi un po' governare — i colossi americani, o se Washington lo consideri una linea rossa invalicabile. La pressione, finora, ha pagato: il Canada ha ritirato la sua digital tax nel 2025 dopo che gli USA hanno rotto i negoziati e l'Italia sta valutando di abolirla (mentre il Regno Unito, però, la tiene). La Francia, che quel modello l'ha inventato, resta sola in UE a difenderlo;
  • E il dazio, in fondo, non lo pagherebbero nemmeno solo i francesi. Le tariffe le versa chi importa — cantine e consumatori americani — mentre i produttori d'oltralpe ci rimetterebbero “solo” in vendite. Tradotto: pur di schermare i propri Big Tech da una tassa estera, Washington minaccia di tassare i propri cittadini. Il vino è davvero solo danno collaterale;
  • C'è poi un ulteriore dettaglio che smorza parzialmente il ricatto, e cioè che a febbraio la Corte Suprema statunitense ha bocciato i dazi "reciproci" imposti con i poteri d'emergenza, e senza quella scorciatoia Trump non ha una via rapida per colpire il vino — servirebbero indagini commerciali lunghe mesi. È teatro di pressione in vista del vertice, più che una tariffa pronta a scattare.

Adesso

  • Oggi i due si vedono a Evian, e Macron ha già chiamato il bluff evidenziando che i dazi non fanno bene a nessuno, tantomeno tra paesi del G7. Probabilmente finirà in rumore, come le minacce precedenti — ma il fatto che il vino torni ciclicamente sul banco degli imputati dice quanto la tassa sul digitale bruci a Washington; e naturalmente alle Big Tech che sull’Amministrazione di turno fanno continua pressione;
  • In palio c'è il progetto stesso di far pagare le tasse al tech dove incassa. La Francia è il caso di prova: se cede come il Canada, il precedente è che sarà Washington a decidere come gli altri possono tassare le sue piattaforme;
  • L'Europa scoprirà che almeno su questo può dire di no — benché i second-order effect saranno tutti da valutare, in un quadro complessivo sempre più instabile.

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