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Tre arresti di lusso in casa Supermicro per chip di contrabbando spediti in Cina

4 min di lettura

Cosa è successo

Giovedì 19 marzo il Dipartimento di Giustizia americano ha incriminato tre persone legate a Supermicro — uno dei principali assemblatori di server AI al mondo — per aver orchestrato uno schema da $2,5 miliardi di server Nvidia contrabbandati in Cina in violazione delle leggi sull'export control. Yih-Shyan "Wally" Liaw, co-fondatore e membro del consiglio di amministrazione, è stato arrestato. Un secondo imputato, il general manager taiwanese Steven Chang, è latitante. Un terzo, il fixer Ting-Wei Sun, è in custodia.

Lo schema era meticoloso e, in parti, quasi farsesco. L’imputazione è che Liaw e Chang dirigevano una società schermo nel Sud-est asiatico che comprava server da Supermicro come se fossero per uso proprio, li riconfezionava in scatole anonime e li rispediva ai clienti cinesi. Per ingannare il team compliance di Supermicro e gli ispettori del Commerce Department, i complici allestivano migliaia di server "dummy" — repliche fisiche non funzionanti — nei magazzini dove i server avrebbero dovuto trovarsi, mentre quelli veri erano già in Cina.

In questa storia, che ha già dell’incredibile di per sé, ci sono anche immagini di telecamere di sorveglianza che riprendono Sun mentre usa un phon per staccare le etichette dai server originali e riapplicarle ai manichini prima delle ispezioni.

Perché è importante

Jensen Huang, CEO di Nvidia aveva detto a maggio 2025 che non ci fosse alcuna prova di chip diversion su larga scala. L’accusa mostra che tra aprile e metà maggio 2025 — quelle stesse settimane — venivano invece spediti $510 milioni di server in meno di un mese. Negazione pubblica e picco operativo dello schema si sovrappongono con una precisione quasi tragicomicamente didascalica.

L’apoteosi dell'intero indictment si raggiunge però con una comunicazione interna: "We need to speed these up before May 13!", scrive Liaw a gennaio 2025, dopo che l'amministrazione Biden aveva annunciato un framework globale di export control con entrata in vigore a metà maggio. Accelerare prima che la finestra si chiuda, insomma. (L'amministrazione Trump ha poi smantellato quel framework; la finestra non si è mai davvero chiusa.)

Chris McGuire, ex funzionario della Casa Bianca sugli export control, lo scrive su X senza eufemismi: le aziende non possono autoregolarsi, e questo caso lo dimostra nel modo più plastico possibile. Non si tratta di un bad actor isolato. Si tratta del co-fondatore di una Fortune 500, membro del board, presente alla GTC di questa settimana mentre Huang stringeva la mano al CEO Charles Liang. La compliance di Supermicro è stata ingannata sistematicamente, dall'interno. Gli auditor del Commerce Department anche. Due anni di operazioni e $2,5 miliardi, prima di un'indagine FBI.

Il tempismo è imbarazzante anche per un'altra ragione. Nello stesso giorno dell'arresto di Liaw — ne abbiamo parlato due giorni fa — Huang era alla GTC ad annunciare come Nvidia avesse ricevuto il via libera per la vendita delle H200 alla Cina, e stesse dunque riavviando la produzione. Canale ufficiale che si riapre mentre quello clandestino viene smantellato. Intanto, la domanda cinese — unica costante in tutta questa storia — non è mai cambiata.

E adesso?

La questione è ingegneristica prima che etica: come si costruisce un regime di controllo che funzioni quando le aziende non si autoregolano e i controlli esistenti vengono sistematicamente aggirati? McGuire ha tre proposte concrete: licenze obbligatorie per tutte le esportazioni AI verso il Southeast Asia; divieto agli acquisti di chip AI da parte di aziende cinesi sul suolo americano; compliance più vicina alla sanctions enforcement — reporting sugli end-user, responsabilità diretta per i vendor, ispezioni non preannunciate.

La terza è la più importante. I controlli all'export funzionano come le sanzioni solo se chi vende la tecnologia ha la stessa responsabilità di chi la compra. Oggi Supermicro può dire "non eravamo noi, erano i singoli" — e formalmente è vero, l'azienda non è imputata. Ma la catena causale è quella: i suoi server, assemblati nei suoi stabilimenti, venduti dai suoi executive, consegnati in Cina.

Nel breve termine, il caso accelererà probabilmente la discussione sulle licenze per il Sud-est asiatico, la misura più ovvia e meno controversa. Nel medio, la domanda più scomoda rimane aperta: se la Cina riesce a procurarsi $2,5 miliardi di chip all'anno attraverso uno schema che va avanti per due anni prima di essere scoperto, quante altre operazioni simili — più piccole, più diffuse, meno tracciabili — stanno girando in questo momento?

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