News & BusinessPOLITICA INTERNAZIONALE
Tra USA e UE è pace fatta? Probabilmente no
Ora che crisi tra Stati Uniti e UE in merito al controllo della Groenlandia sembra essersi risolta, i rapporti tra le due potenze occidentali torneranno a essere quelli di prima?
È improbabile.
La crisi è stata vera e profonda, oltre che, soprattutto, improvvisa, immotivata e unilaterale. Quindi quel che è più probabile è che l’UE, pur cercando sempre di evitare lo scontro con gli USA (scontro che sarebbe oggettivamente impari) da ora in poi faccia tesoro della lezione imparata in queste ultime ore: ossia che l’alleanza con gli Stati Uniti, per quanto preziosa, non è più scontata.
Parte di questa lezione era già parsa evidente tra il 2017 e il 2020, nel corso del primo mandato di Donald Trump. Ma in quel periodo era stata sottovalutata: la presidenza Trump, infatti, in quel periodo storico, era stata considerata una specie di incidente della storia, il risultato di una beffa del sistema elettorale americano, e non un fenomeno politico vero, organico e destinato a restare.
Dieci anni, e una rielezione dopo possiamo dire che il trumpismo è il fenomeno politico solido, che affonda radici in una parte, consistente degli Stati Uniti. In questo quadro, dunque, non è più saggio muoversi come se la esplicita ostilità del Presidente Trump verso l’UE e il mondo multilaterale di questi ultimi anni, sia solo una questione sua, quasi personale. Occorre iniziare a trattare questa insofferenza verso l’Europa e l’occidente liberale e multilaterale come parte dell’equazione politica di questi anni. Specie quando si tratta di Stati Uniti. Esiste una parte, dell’elettorato e dello spettro politico di quel Paese che è profondamente insofferente nei confronti dell’UE e di quello che rappresente. E non è più né saggio né onesto fare finta che non sia così.
Né lo è cullarsi nell’illusione che un prossimo Congresso o un prossimo Presidente di orientamente opposto cambino tutto e riavvolgano il tempo.
Per questo, secondo alcune analisi, l’UE dovrà prendere atto del fatto che l’alleanza atlantica, sia in senso militare, che politico, che commerciale, è ancora in piedi.
Alla luce di tutto questo quindi sembra che il danno sia fatto e sia irreversibile e che il legame di sostanziale fiducia che per quasi un secolo ha tenuto legate ad doppio filo le principali potenze occidentali si sia spezzato.
E in cosa potrebbe tradursi questo?
Ancora è presto per dirlo. Ma quel che è possibile è che l’UE cerchi nuove strade e nuove alleanze, se non alternative, per lo meno parallele a quella con gli Stati Uniti.
Queste strade e queste alleanze, potrebbero tradursi in nuovi accordi commerciali (come quello con il Mercosur o con l’India), nuove alleanze militari (sulla falsa riga della Coalizione dei Volenterosi); nuovi canali di comunicazione con i Paesi del Golfo o con le ‘potenze medie’ cui ha fatto cenno il premier canadese Marc Carney nel suo discorso a Davos. Oppure ancora, e sarebbe essenziale, nello sviluppo autonomo di una propria sovranità: energetica (difficile, ma non impossibile), militare (lo stesso) e di produzione (il 28 imo regime, in questo senso, potrebbe aiutare). In pratica, è come se l’UE fosse di fronte alla necessità di smettere di essere il più grande mercato unico del mondo, per diventare un soggetto politico ed economico nuovo e, per certi aspetti, temuto. Militarmente, ma soprattutto tecnologicamente ed economicamente. Non ci siamo ancora, è ovvio. Ma la precipitosa ritirata di Trump dalla questione Groenlandia ci ha indicato che questa potrebbe essere la strada da percorrere.