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SpaceX si prepara per la quotazione in borsa. E lo fa a modo suo (di Elon Musk)
Cosa è successo
Quella di SpaceX si annuncia come la più grande IPO della storia. L'azienda depositerà nelle prossime settimane i documenti richiesti dalla SEC — in forma confidenziale, il che significa che non diventeranno pubblici subito, dando tempo di perfezionare il dossier prima del roadshow vero e proprio. I briefing agli investitori sono previsti per aprile, con l’obiettivo del debutto in borsa a giugno, prima del compleanno di Musk. La raccolta stimata è tra $40 e $75 miliardi, ad una valutazione target di $1.75 trilioni: più del doppio dell'Aramco nel 2019, record assoluto. A quel valore, SpaceX sarebbe più grande di Meta e Tesla, e più piccola solo di Nvidia, Apple, Alphabet, Microsoft e Amazon.
Nel frattempo X — la fu Twitter, acquisita da Musk nel 2022 — continua a perdere dipendenti: dopo il continuo esodo dei cofounder, ha ora licenziato anche la sua chief marketing officer e oltre venti dipendenti in ruoli non tecnici, e assegnato il ruolo di chief revenue officer a Jon Shulkin, storico investitore nell'ecosistema Musk. X non comparirà in primo piano nel pitch agli investitori: con ricavi pubblicitari scesi da $4.5 miliardi nel 2021 a circa $1.3 miliardi stimati nel 2026, c'è poco da esibire.
Perché è importante
SpaceX controlla circa l'80% del mercato commerciale dei lanci orbitali e gestisce Starlink, la rete di satelliti a orbita bassa che fornisce connettività internet dove le infrastrutture terrestri non arrivano — e che si è rivelata componente critica in diversi teatri di conflitto negli ultimi anni. I ricavi annualizzati si avvicinano ai $20 miliardi nel 2026. xAI, confluita in SpaceX a febbraio, contribuisce marginalmente per ora — meno di un miliardo — ma porta con sé $17.5 miliardi di debito che verrà ripagato al momento della quotazione.
A $1.75 trilioni di valutazione, il prezzo implicito equivale a circa 110 volte i ricavi annui — un rapporto che non si giustifica sui numeri di oggi (Bloomberg Intelligence lo considera difendibile nell'ipotesi che SpaceX diventi infrastruttura critica globale per comunicazioni, difesa e trasporto spaziale). Come riferimento, Palantir — l'azienda tech più aggressivamente prezzata sull'ottimismo futuro nell'S&P 500 — quota a circa 79 volte i ricavi. Si compra un'ipotesi, non un bilancio.
Il progetto che Musk ha costruito attorno alla quotazione è bizzarro e insolito quanto l'uomo stesso. Il piano prevede di allocare fino al 30% delle azioni ai piccoli investitori retail, contro il 5-10% standard. Le banche non competono liberamente per l'intero deal: ognuna ha un ruolo e una geografia precisi — BofA per il retail domestico e i grandi patrimoni americani, Morgan Stanley per i piccoli investitori tramite E*Trade, Citi per la distribuzione internazionale, con istituti regionali dedicati a UK, Germania, Giappone e Canada. Il roadshow sarà invertito: gli investitori vengono da SpaceX e visitano gli impianti, con la possibilità di assistere ad un lancio. E chi ha già investito in Tesla o nel deal Twitter del 2022 potrebbe ricevere un accesso preferenziale.
La logica è quella che Musk ha già sperimentato con Tesla: quando il board ha proposto il suo pacchetto di compensazione potenzialmente da trilione di dollari, gli investitori istituzionali hanno votato contro e i retail hanno votato a favore. Musk ha vinto con i retail. Una base di piccoli azionisti fedeli non vende al primo ribasso e non fa pressioni sui conti trimestrali — governance prima ancora che marketing.
E adesso?
Che la quotazione andrà bene nell'immediato, pochi lo mettono in dubbio; la domanda è enorme. Un analista di Reuters l'ha paragonata al debutto di Google nel 2004: un'azienda che sembrava sopravvalutata finché non è diventato ovvio che stava costruendo un’infrastruttura longeva e lungimirante. SpaceX e Starlink hanno ambizioni simili per connettività e trasporto spaziale. La differenza è che Google aveva un modello di business già dimostrato; SpaceX porta con sé xAI e soprattutto Terafab, scommessa tecnologica quasi ai limiti del razionale che Musk vuole finanziare anche con il capitale che la quotazione porterà.
X resta il nodo irrisolto. Rimane nel perimetro, con ricavi pubblicitari a un terzo dei livelli pre-acquisizione e un percorso di recupero ancora tutto da dimostrare, ma Musk la mette da parte, continuando ad usarla più come megafono che altro. Certo, prima o poi la performance di X tornerà a bussare alla porta, soprattutto se SpaceX diventa un titolo ampiamente detenuto dai retail. E Musk, a quel punto, non potrà più fare finta di non sentire. Forse.