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Siria, i curdi in piazza a sostegno delle SDF mentre Damasco avanza

2 min di lettura

Cosa è successo?

Nel Nord-est della Siria si è chiusa, di fatto, l’esperienza di autonomia del Rojava, costruita dai curdi negli anni della guerra civile. Dopo una fase di negoziato con il governo centrale, le forze curde hanno progressivamente perso il controllo politico e militare del territorio. Le strutture amministrative, i confini, le risorse strategiche e la sicurezza stanno tornando sotto l’autorità di Damasco. Le Forze Democratiche Siriane sono state in parte integrate nell’apparato statale e l’autogoverno è stato smantellato.
In pochi giorni è finito un progetto che durava da oltre un decennio.

Perché è importante?

Il Rojava non era solo un’entità territoriale, ma un esperimento politico unico nel Medio Oriente: autogoverno locale, convivenza tra gruppi etnici e religiosi, forte centralità del ruolo delle donne, un’idea di democrazia radicale nata nel pieno del conflitto siriano. La sua fine segna la scomparsa di un’alternativa concreta ai modelli autoritari della regione.
Dal punto di vista geopolitico, l’evento certifica un fatto più ampio: le minoranze armate che hanno combattuto l’ISIS non sono più una priorità per le grandi potenze. Stati Uniti, Turchia e attori regionali hanno accettato — attivamente o per inerzia — il ritorno del controllo statale siriano, in nome della stabilizzazione e dei nuovi equilibri regionali.
È anche un messaggio politico chiaro: senza garanzie internazionali solide, l’autonomia non regge.

E adesso?

Ora si apre una fase di integrazione forzata. Damasco riprende il controllo del territorio, promettendo diritti culturali e civili ai curdi, ma senza alcuna reale autonomia politica. Resta forte il rischio di repressioni selettive, marginalizzazione e nuove tensioni sociali.
Sul piano più ampio, la fine del Rojava lascia una cicatrice simbolica: chi ha vinto sul campo contro l’ISIS è stato poi sacrificato al tavolo della geopolitica. E questo renderà molto più difficile, in futuro, convincere attori locali a combattere guerre “per conto di altri” senza garanzie politiche vere.

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