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Perché Trump ha sbagliato i conti con l'Iran
Cosa è successo?
Il 18 febbraio scorso, mentre l'amministrazione Trump stava ancora deliberando sull'opportunità di colpire l'Iran per la seconda volta in meno di un anno, il segretario all'Energia Chris Wright rilasciava una dichiarazione di una serenità disarmante, e con il senno di poi, forse anche imprudente: “Nessuna preoccupazione per i mercati petroliferi, nessun allarme per le rotte energetiche”. Il ragionamento era semplice: durante la prima guerra, quella dei dodici giorni dello scorso giugno condotta insieme a Israele, i prezzi avevano fatto un piccolo sobbalzo e poi erano tornati giù. Quella fiducia si è rivelata, nel giro di poche settimane, uno degli errori di calcolo geopolitici più costosi dell'era Trump. L'Iran ha risposto a questa seconda guerra non con la cautela prudente del giugno scorso, quando ancora sperava in una via diplomatica, ma con una strategia deliberatamente asimmetrica: missili e droni su basi americane in tutta la regione, su capitali arabe, sui centri abitati israeliani. E soprattutto, la mossa più sofisticata sul piano economico, quella che nessun consigliere aveva voluto prendere sul serio: la minaccia sistematica di chiudere lo Stretto di Hormuz, il corridoio di quaranta chilometri di larghezza attraverso cui transita il venti per cento del petrolio mondiale. Il traffico commerciale nel Golfo si è fermato. I prezzi del greggio sono esplosi. La benzina americana è tornata a salire, proprio mentre l'amministrazione cercava di vendere agli americani l'idea che questa guerra fosse nell'interesse nazionale.
Perché è importante?
Il nodo non è militare, è strategico. Trump era stato informato dei rischi energetici, li aveva riconosciuti, e li aveva consapevolmente accantonati: una preoccupazione di breve periodo, aveva detto, che non doveva offuscare la missione principale. Aveva persino incaricato Wright e il segretario al Tesoro Bessent di elaborare opzioni per gestire un eventuale rialzo dei prezzi, segno che il rischio era sul tavolo, valutato, e poi deliberatamente declassato a problema secondario. La scommessa era su un'ipotesi non verificata: che eliminare la leadership rivoluzionaria producesse un vuoto di potere favorevole, anziché compattare il regime attorno a una narrativa di resistenza esistenziale. È esattamente il contrario di quello che è successo.
Il nuovo leader supremo, figlio di Ali Khamenei (ucciso all'inizio del conflitto), è la prova che il regime ha trasformato il lutto in legittimazione. A tutto questo si aggiunge la mancanza di un piano operativo credibile: dopo un briefing riservato al Congresso, il senatore democratico Christopher Murphy ha dichiarato pubblicamente che l'amministrazione non aveva alcuna strategia per lo Stretto di Hormuz e non sapeva come riaprirlo. Dentro la stessa Casa Bianca, funzionari in crescente pessimismo si guardano bene dall'esprimerlo con il Presidente. Il risultato è una catena di conseguenze difficilmente reversibili: 5,6 miliardi di munizioni bruciate nei primi due giorni, mercati energetici in tilt, nessuna via d'uscita chiara. Errori che non derivano dalla complessità imprevedibile della guerra, ma da scelte precise compiute a tavolino prima che iniziasse.
E adesso?
La guerra è ancora in corso, e le sue traiettorie sono più contraddittorie che mai. Trump oscilla tra obiettivi massimalisti, ovvero con l'Iran che si consegna nominando un leader di sua gradita accettazione e ammissioni implicite che il traguardo è ancora lontano. Marco Rubio, segretario di Stato e consigliere per la sicurezza nazionale, e Pete Hegseth, segretario alla Difesa, hanno costruito in parallelo un messaggio a tre punti: distruggere i missili, le fabbriche che li producono e la marina iraniana. Obiettivi che assomigliano più a una mappa d'uscita che a una visione strategica. Il problema è che anche raggiungendo queste tre condizioni, la questione centrale rimane irrisolta: lo Stretto di Hormuz. L'Iran può minacciare il traffico marittimo anche senza missili balistici, anche senza una marina convenzionale, attraverso mine e imbarcazioni leggere. Lo sa Washington, lo sa il mercato, e lo sa Ali Larijani, capo della sicurezza nazionale iraniana, quando scrive che lo Stretto sarà "di pace e prosperità per tutti, oppure di sconfitta e sofferenza per chi fa la guerra".