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Perché alle Big Tech sta tanto a cuore Bruxelles

5 min di lettura

Cosa è successo?

Un recente report dell’ONG di Bruxelles Corporate Europe Observatory (CEO) si è occupato di descrivere gli sforzi di lobby delle Big Tech a Bruxelles, impegnate a indebolire l'imminente Digital Fairness Act dell'UE, una proposta che mira a proteggere i consumatori da funzionalità online ingannevoli o che creano dipendenza. Il rapporto sostiene che, sulla base dei dati della commissione pubblica, gli alti funzionari dell'UE hanno tenuto almeno 96 incontri con rappresentanti in merito al DFA da dicembre 2024; l'83% di questi incontri ha avuto luogo con aziende o gruppi di pressione, mentre meno del 14% di questi si sarebbero svolti con ONG favorevoli alla nuova legislazione più restrittiva.

Perché è importante?

Il DFA, nei disegni europei, dovrebbe essere il completamento del DSA, il Digital Services Act. Se il DSA muove dall’assunto di base che "ciò che è illegale offline debba esserlo anche online" (linguaggio d'odio, disinformazione, pornografia infantile ecc.), il DFA parte dal presupposto che le piattaforme online non possano usare tattiche commerciali non eque e che non tutelino la libertà di scelta degli utenti. Secondo EU Observer, che si è occupato del tema: "L'impatto sulla salute e la natura avvincente dei servizi digitali, in particolare sui bambini, sono diventati una questione politica importante, con l'opinione pubblica europea a sostegno di nuove norme vincolanti per affrontare queste preoccupazioni. Nel 2024, la Commissione europea ha pubblicato un controllo di idoneità legislativa e ha rilevato che le attuali leggi sulla tutela dei consumatori non affrontano adeguatamente queste preoccupazioni digitali. Si prevede che Bruxelles proporrà il Digital Fairness Act (DFA) nel quarto trimestre del 2026, con la legge presentata come volta a contrastare le pratiche online che sfruttano le vulnerabilità dei consumatori a fini commerciali, come il design che crea dipendenza, l'influencer marketing, i dark pattern e la personalizzazione ingiusta".

Questa legge è ovviamente molto contrastata dalle principali aziende digitali del mondo che la ritengono alternativamente o ridondante rispetto a quanto già previsto nel DSA o troppo restrittiva. Il dibattito però si colloca nel recente braccio di ferro tra le big tech e le istituzioni europee. Questo perché, con l’entrata in vigore di DSA e del successio AI Act (dedicato all’uso possibile delle applicazioni AI), l’UE ha creato non solo le strutture normative più precise rispetto a quello che le aziende digital possono o non possono fare, ma anche le più severe.

Il fatto che a imporre un quadro di leggi così complesso e severo sia stato un mercato enorme e ricco come quello europeo è, per le aziende digitali, un problema. Questo perché:

  1. l’UE è un mercato enorme. Il fatto che le istituzioni europee, con le loro norme sulla concorrenza e sulla tutela dei consumatori, utenti e cittadini, limitino la libertà di azione delle piattaforme, di fatto la limita non in un mercato qualsiasi ma in uno dei più importanti e irrinunciabili del mondo.

  2. L'UE, per il suo peso politico e per l’accuratezza delle sue leggi, tende a creare (praticamente in ogni campo) norme che poi diventano un gold standard e a essere considerate le più complete e accurate in circolazione (è successo per esempio con il GDPR, ora in fase di revisione, o con il Green Deal, oltre che ovviamente con il DSA e con l’AI ACT). Questo fa sì che altri paesi intenzionati a legiferare sugli stessi temi usino le leggi europee come canovaccio, di fatto ripercorrendone decisioni e misure.

  3. l’UE è un mercato talmente grosso che tende a creare il cosiddetto "Bruxelles Effect". Il "Bruxelles Effect" fa sì che quando l'UE emana una norma, spesso questa diventi gioco forza uno standard mondiale. Questo perché alle grandi aziende conviene adeguarsi a un unico regolamento (quello più severo di tutti, cioè quello europeo) invece che frammentare la produzione per ogni singolo mercato (è successo per esempio con il GDPR, che è diventato il modello per le leggi sulla privacy in Brasile, California e Giappone, oppure più prosaicamente con l’imposizione del caricabatterie unico USB-C che ha costretto Apple a cambiare il design dell'iPhone a livello globale)

E adesso?

La questione è molto complessa. Quel che sta succedendo nella discussione per il DFA si inserisce in una situazione di aperto conflitto tra le Big Tech, che sono per lo più americane, e le istituzioni UE. Per di più in un momento di grande tensione tra i due Paesi.

Così, il conflitto di recente si è fatto da normativo a politico: l'UE accusa, tra varie cose, le aziende di mettere le loro piattaforme a disposizione di messaggi di propaganda e disinformazione volti a distruggere l’UE e la sua credibilità ed efficacia, secondo un'agenda politica che di recente si è spostata in modo sempre più esplicito su posizioni trumpiane e di estrema destra.

Le Big Tech, invece, accusano l’UE di ledere, con le sue norme complesse e rigide, la possibilità di fare impresa, di limitare la libertà di parola, di applicare forme di censura e di colpire, per loro tramite, gli Stati Uniti. A tutto questo si somma la volontà europea di creare nuovi strumenti digitali e piattaforme che possano avere una base europea e fare concorrenza ai colossi del web (una cosa che, per come funzionano le logiche di fatto monopolistiche di Internet, appare decisamente complessa).

Quel che è verosimile aspettarsi è che l’UE nei prossimi mesi attui una sterzata sulle condotte che sono o non sono consentite alle piattaforme digitali e social (cosa sulla quale, peraltro, potrebbe riscuotere un raro successo popolare in termini di consenso). Quel che però non è chiaro è come e se queste possano effettivamente funzionare.

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