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Pedro Sanchez l’anti-Trump europeo

3 min di lettura

Cosa è successo

Il premier spagnolo Pedro Sanchez ha rifiutato di consentire agli aerei da guerra statunitensi di utilizzare le sue basi aeree per attaccare l'Iran, nell’ambito di un’azione che ha definito ‘illegale’. Per tutta risposta, Donald Trump ha parlato di un embargo commerciale degli USA verso la Spagna (cosa che non può tecnicamente fare, dal momento che le questioni commerciali dei Paesi UE sono in capo all’UE, quindi tecnicamente le merci spagnole non esistono).
Nelle ore successive sia le istituzioni europee sia i leader dei singoli Paesi hanno espresso solidarietà e supporto al presidente spagnolo: l’UE chiarendo, per voce della Vicepresidente (spagnola) Teresa Ribera che un embargo non è praticabile, gli altri leader (come il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che pure hanno avuto una posizione molto più conciliante rispetto all’operazione di Trump e Netanyahu in Iran) ribadendo che i rapporti tra USA e UE non sono ancora del tutto appianati dopo la crisi per la Groenlandia.

Perché è importante

Non tanto per le conseguenze reali delle parole di Sanchez o di Trump. Da un lato le basi spagnole che avrebbero potuto essere usate dalle forze USA sono solo due e di limitate dimensioni, quindi è inverosimile che il ‘no’ di Sanchez abbia creato un reale danno alla logistica dell’operazione. Dall’altro, come dicevamo, l’embargo minacciato da Trump non è minacciabile.
Il significato di tutto questo è politico.
L’UE, per varie ragioni sia politiche, sia militari, sia commerciali, da mesi stenta a trovare una voce che limiti le intemerate di Trump. Gli unici leader che sembrano essersi assunti questa responsabilità sono stati, sino a qui, Macron (in occasione dello scontro con la Groenlandia) e Sanchez (che già in passato aveva avuto parole di fuoco verso gli USA di Trump e verso il suo Board of Peace).
Lo stagliarsi di una seconda voce, al fianco di quella di Macron, che parli in nome e per conto dell’UE contro le politiche del Presidente USA, potrebbe costituire un passo nella direzione della costruzione di una ‘politica estera comune’ che sino a qui è mancata e manca ancora.

E adesso?

Ipotizzare che l’UE si erga ad argine delle politiche trumpiane non è realistico. La nostra dipendenza dagli USA è troppo profonda, in tema di energia (di fatto abbiamo sostituito i rifornimenti di gas russo con quelli di GNL USA), in termini di commercio (gli USA sono la principale destinazione delle nostre merci), e soprattutto in termini di difesa: il riarmo europeo, per quanto avviato a basarsi su produzione interna, in questo momento si regge ancora sugli acquisti di armi americane (come gli F25). Lo stesso vale, in modo ancor più decisivo, per le munizioni per la difesa ucraina che l’UE ha preso a comprare dagli USA in nome e per conto di Kiev.
Quindi alla luce di questi elementi non è verosimile pensare a una rottura verticale tra USA e UE. Quello che è auspicabile, però, è l’avvio di un rapporto su un piano di parità, almeno politica.

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