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OpenAI scommette sulla fusione nucleare. Altman lascia il board di Helion
Cosa è successo
Sam Altman ha lasciato il board di Helion Energy, la startup di fusione nucleare che finanzia dal 2015 e di cui ha personalmente guidato il round da $500 milioni del 2021. Conserva la quota azionaria ma si è ricusato da qualsiasi negoziazione futura tra le due aziende. OpenAI è però in trattativa avanzata per acquistare elettricità da Helion ad una scala difficile da immaginare: 5 gigawatt entro il 2030, scalabili a 50 gigawatt entro il 2035, corrispondenti al 12,5% della produzione prevista totale della startup. Con interessi su entrambi i tavoli, la situazione era diventata insostenibile. Helion non ha confermato le trattative; si è limitata a confermare le dimissioni di Altman.
Perché è importante
È la seconda volta in meno di un anno che Altman replica la stessa mossa, dacché l'anno scorso era uscito dal board di Oklo, startup di reattori nucleari modulari, per ragioni analoghe. Un pattern che racconta qualcosa sulla struttura che ha costruito attorno ad OpenAI nel corso degli anni: investimenti personali in startup energetiche che risolvono proprio il problema che lui stesso ha contribuito a creare come CEO di una delle aziende più energivore al mondo. Uscire dal board nel momento in cui le trattative diventano serie è la mossa di chi ha costruito un circolo virtuoso e ora deve sgomberare l'ostacolo formale che impedisce di chiuderlo.
Le dimensioni dell'accordo discusso diventano comprensibili solo nel contesto della domanda di compute AI che stiamo documentando da tempo: la transizione verso i modelli agentici ha moltiplicato il fabbisogno di token per utente, la costruzione di Stargate e degli data center che le hanno fatto seguito richiede gigawatt su gigawatt, e la corsa non dà segnali di rallentamento. In questo quadro, più che una visione a metà tra l’eccessivamente ottimistico e il velleitario, un impegno per 50 GW entro il 2035 è un piano di approvvigionamento.
Certo, Helion è ancora un’incognita. Per consegnare ad OpenAI 5 GW entro il 2030, Helion deve produrre 40 GW complessivi — il che significa costruire circa 800 reattori da 50 megawatt ciascuno in quattro anni, partendo da zero. Il prototipo Polaris ha raggiunto 150 milioni di gradi Celsius nel plasma; ne servono 200 per le operazioni commerciali. Nessuna azienda privata ha ancora dimostrato di produrre più energia di quanta ne consuma. Microsoft aveva firmato un accordo da 50 megawatt nel 2023; quello discusso con OpenAI è cento volte più grande, con un anno di margine in meno per realizzarlo.
Per dare il senso delle proporzioni: il Grand Coulee Dam, il più grande impianto idroelettrico americano, ha una capacità di 6,8 GW. OpenAI sta cercando di comprarne 5 da una startup che non ha ancora acceso un reattore commerciale.
Quello che OpenAI sta acquistando, concretamente, è un'opzione travestita da contratto. Un impegno che si materializzerebbe solo se Helion riuscisse a fare in pochi anni quello che la fusione non ha fatto in settant'anni di ricerca. La valutazione di $5,4 miliardi poggia interamente su questa (folle) scommessa.
E adesso?
Le trattative sono in fase avanzata ma tutt'altro che chiuse: mancano la selezione del sito e numerose condizioni tecniche. Helion deve prima raggiungere il breakeven energetico con Polaris, ottenere i permessi per il sito di Malaga (Washington) e dimostrare di poter costruire reattori in serie — tutto in una finestra strettissima. Non è l'unica scommessa dell'ecosistema AI su questo territorio: Musk ha appena presentato Terafab, fonderia di chip congiunta Tesla-SpaceX da costruire ad Austin, anch'essa giustificata dalla stessa fame di compute e parte un progetto da decine di miliardi su tecnologia non ancora dimostrata.
Siamo a pieno titolo nell'epoca in cui l'urgenza reale della domanda finanzia l'impossibile — o almeno ci prova.
Se la timeline di Helion regge, OpenAI avrebbe risolto il suo problema energetico con una fonte pulita e potenzialmente illimitata. Se non regge, avrà contribuito a finanziare una delle ricerche più ambiziose nella storia dell'energia — che non è necessariamente un cattivo esito, ma non è la stessa cosa.