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OpenAI mette in ordine vari dossier in preparazione al grande salto
Cosa è successo
Negli ultimi giorni, OpenAI ha annunciato quattro cose insieme, che ci permettono di ricostruire un quadro piuttosto solido della sua evoluzione organizzativa. Primo, il round di finanziamento, che ha superato i $120 miliardi — gli ultimi $10 miliardi da Andreessen Horowitz, MGX, D.E. Shaw, TPG, T. Rowe Price, Coatue, Thrive e Altimeter chiudono il round, con Microsoft partecipante più sullo sfondo e una valutazione post-money che si aggira intorno agli $850 miliardi.
Poi il piano di hiring, che prevede di portare l'organico da 4.500 a 8.000 persone entro fine anno — 12 assunzioni al giorno, circa, con un nuovo spazio a San Francisco. Il terzo elemento, sulla joint venture con i fondi PE di cui abbiamo già parlato, è l’inclusione di un goloso rendimento minimo garantito del 17.5% sulle azioni privilegiate — significativamente sopra i termini standard — più accesso anticipato ai modelli non ancora pubblici. Da ultimo la OpenAI Foundation, che ha annunciato $1 miliardo in grant per il 2026, contro i $7.5 milioni distribuiti nell'intero 2024. Wojciech Zaremba — uno degli ultimi co-fondatori ancora in azienda — ne guiderà le iniziative di AI resilience.
Perché è importante
Quattro mosse, un unico obiettivo: la IPO, che la CFO Sarah Friar ha definito esplicitamente come opzione concreta per il 2026.
Il round da oltre $120B certifica che la fiducia degli investitori tiene a valutazioni che, solo due anni fa, sarebbero sembrate fantascienza. L'headcount che raddoppia mette in piedi la macchina commerciale che mancava — gli 8.000 includono ingegneri, ricercatori, figure sales e soprattutto i "technical ambassadors", cioè i forward-deployed engineers (FDE) sul modello Palantir che vanno dentro le aziende a customizzare i modelli e guidare l’adozione. Friar ha dichiarato che oggi il 60% dei ricavi viene dai consumer e il 40% dall'enterprise, e che entro fine anno si aspetta un 50/50; una spinta che fa il paio con il taglio delle side quest e la rifocalizzazione proprio sul mondo aziendale di cui abbiamo parlato. La JV con il PE, con quel 17.5% garantito, dice che OpenAI è disposta a pagare per il canale di distribuzione che Anthropic ha costruito organicamente — il 17.5% è il prezzo scritto sul conto del ritardo.
La Foundation, infine, risolve il problema più delicato: dimostrare ai regolatori californiani e del Delaware, che hanno supervisionato la ristrutturazione for-profit (e all'opinione pubblica) che la missione originale non è scomparsa. Da $7.5 milioni a $1 miliardo in un anno non è tanto “filantropia accelerata” quanto più un segnale visibile e misurabile della missione nel momento in cui serve maggiormente. Zaremba che si sposta lì preserva la narrativa "safety first" mentre il for-profit accelera verso i mercati pubblici.
E adesso?
OpenAI prevede $14 miliardi di perdite nel 2026, non sarà profittevole prima del 2029, e sta offrendo rendimenti garantiti ai PE. Friar ha detto che la liquidità garantita dal round "riduce il rischio" di una IPO prematura — il mercato potrebbe non essere pronto anche se l'azienda lo è. Con $120 miliardi in più in cassa, quel rischio è gestibile; benché lo sia meno con $14 miliardi di perdite annue. Quando arriverà il momento, la narrativa incontrerà i numeri. Il giudizio di quel confronto spetterà poi agli analisti pubblici, non più ai LP privati.