Policy NewsTecnologia & AI
OpenAI deve tornare a essere non-profit: Musk continua in tribunale la sua crociata
Cosa è successo
Il 7 aprile Elon Musk ha depositato un atto integrativo sulle misure richieste nella causa contro OpenAI, Sam Altman e Greg Brockman. La selezione della giuria è fissata per il 27 aprile.
Nel filing, gli avvocati di Musk — che l'ha co-fondata nel 2015 e lasciata nel 2018 — specificano per la prima volta cosa intendono ottenere in caso di vittoria, e cioè cinque misure correttive di natura equitativa:
- Un'ingiunzione permanente che obblighi OpenAI, sia nella componente nonprofit sia in quella commerciale, a rispettare gli impegni fondativi originali — sviluppo dell'AI con la sicurezza come priorità, ricerca aperta, AI per l'umanità.
- La rimozione di Altman dal consiglio del non-profit e di entrambi (Altman e Brockman) come dirigenti esecutivi della parte commerciale.
- La restituzione forzata (disgorgement) della loro equity e dei benefici personali accumulati grazie alla trasformazione in società a scopo di lucro (for-profit conversion).
- La restituzione di tutti i guadagni illeciti — inclusa la quota di Microsoft — all'ente benefico, non a Musk.
- E, come quinta misura, l'annullamento di quella trasformazione, con ripristino di OpenAI come non-profit bona fide.
Musk precisa esplicitamente di non cercare nulla per sé; dopo aver indicato in precedenza fino a 134 miliardi di dollari in danni, il filing chiarisce che qualunque importo recuperato andrebbe all'ente benefico e non allo stesso Musk. OpenAI risponde che la causa "rimane una campagna di accuse guidata da ego, gelosia e dal desiderio di frenare un competitor".
Perché è importante
Le motivazioni di Musk sono quelle che sono — OpenAI le chiama competitive e personali, lui le presenta come principiate. La teoria legale che porta in aula, però, regge o cade indipendentemente da chi la firma. L'argomentazione centrale è che gli impegni fondativi presi per attrarre donazioni e credibilità pubblica sotto forma di non-profit siano contratti vincolanti, non dichiarazioni di intenti. Se un tribunale californiano accettasse questa tesi, stabilirebbe che chi co-fonda un laboratorio di AI sotto copertura benefica, e poi ne converte gli asset in capitale privato, può essere obbligato a disfare quella conversione per via giudiziaria. "Safety-first" e "open research" smetterebbero di essere scelte aziendali per diventare ordini del giudice.
Certo, chi chiede al tribunale di imporre trasparenza e sicurezza come vincoli strutturali a un competitor è lo stesso che gestisce xAI e Grok con livelli di apertura sensibilmente inferiori a quelli di OpenAI stessa. Sarebbe comico, se non fosse che la posta in gioco è reale.
Il processo inizia il 27 aprile mentre OpenAI si trova nel momento più delicato della sua traiettoria finanziaria — raccolta fondi in corso, percorso verso l'IPO aperto, struttura da public benefit corporation appena completata. Un'ingiunzione che ne ordinasse lo smantellamento sarebbe potenzialmente catastrofica per chi ha scommesso sulla nuova struttura: Microsoft su tutti, citata esplicitamente nel filing come soggetto da cui Musk vuole recuperare i guadagni illeciti.
E adesso?
Il diritto dei fondi fiduciari benefici non è stato concepito per governare laboratori di AI di frontiera. Se il tribunale accogliesse anche solo parte delle misure richieste, si troverebbe a costruire — su una struttura legale pensata per fondazioni e organizzazioni benefiche — un quadro per decidere cosa significa "sviluppo AI con la sicurezza come priorità" come vincolo giuridicamente esigibile. Un territorio in cui le corti californiane non hanno strumenti calibrati.
La domanda che sopravvive al caso specifico è però più scomoda. Se gli impegni fondativi dei AI lab nonprofit sono contratti esigibili, chi li fa rispettare quando non c'è un co-fondatore con le tasche abbastanza profonde da portare la causa in tribunale?
La struttura attuale lascia quei vincoli all'autoregolamentazione dei lab stessi, con i procuratori generali statali come unico freno esterno — raramente usato con questa intensità. Il processo che si apre il 27 aprile potrebbe spingere il legislatore a rispondere prima che lo facciano i giudici. O potrebbe semplicemente confermare che, finché il diritto non si adegua, chi governa i sistemi più potenti del mondo lo fa secondo regole che nessuno ha ancora scritto.