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OpenAI compra la voce della Silicon Valley

3 min di lettura

Cosa è successo

OpenAI ha comprato TBPN, il talk show tech diventato in poco tempo una passaggio quasi obbligato per founder, investitori e manager della Silicon Valley. Le cifre non sono ufficiali, ma diverse testate parlano di “low hundreds of millions” per un’azienda di undici persone, circa 70mila spettatori per episodio e una raccolta pubblicitaria che nel 2025 aveva generato 5 milioni di dollari, con l’obiettivo di superare i 30 quest’anno.


Quella raccolta verrà chiusa. TBPN continuerà ad andare in onda ogni giorno, con la sua “editorial independence” messa nero su bianco nel contratto. Al tempo stesso finirà nella strategy org di OpenAI, riporterà al Chief Global Affairs Officer Chris Lehane e aiuterà l’azienda anche su marketing e comunicazione fuori dallo show. Per un’acquisizione di questa taglia, decisamente non poco.

Perché è importante

Tre ore di live al giorno, ospiti di primo piano, tono da pari, clip che rimbalzano su X e nei feed giusti: in un anno e mezzo TBPN è diventato uno dei luoghi in cui la tech industry parla a sé stessa. Non ci si va per il contraddittorio feroce, ma perché il linguaggio è quello del giro — e quel linguaggio, poi, circola.


OpenAI ha appena chiuso Sora, ha chiesto internamente di tagliare le side quest e continua a ripetere che le priorità sono ChatGPT, coding e business. TBPN però sta esattamente lì dove oggi si gioca una porzione meno visibile, ma sempre meno secondaria, della partita. A differenza di parecchie attività collaterali, questa non brucia compute e non impegna i ricercatori; in compenso parla ogni giorno al pubblico che per OpenAI conta di più — sviluppatori, founder, investitori, power user iper-online — con un tono che fa naturalmente il paio con i desiderata di OpenAI, cioè uno tendenzialmente leggero, poco critico, con un outlook positivo.


Aspetto che rappresenta un po’ il nodo più delicato della faccenda: TBPN valeva anche perché stava dentro il mondo tech senza appartenere formalmente a uno dei suoi campioni, e quella mezza distanza gli consentiva accesso senza sembrare del tutto organico alla industry in sé. Inevitabilmente, adesso, la distanza si accorcia — soprattutto per via della struttura organizzativa, che a fronte di un’indipendenza editoriale parecchio sbandierata pone comunque l’operazione sotto Lehane, che ha in mano una fetta importante delle comunicazioni.


Non serviranno certo telefonate in redazione o censure plateali per alterare la chimica di un format così, infatti; basterà che qualche ospite si faccia più prudente, che qualche domanda perda mordente, che l’access journalism diventi ancora più access.

E adesso?

Lo si capirà presto, e in modo piuttosto banale. Basterà vedere chi continuerà a presentarsi. Se Meta, Anthropic, Google o Microsoft siederanno davanti ai microfoni di TBPN con la stessa naturalezza di prima, OpenAI avrà portato dentro casa un asset raro, che potrebbe continuare a crescere in numeri e influenza.


Se invece quella disponibilità si restringerà, resterà soprattutto un house organ con una confezione migliore. Non poco, forse. Ma molto meno di ciò che OpenAI pensa di aver comprato.


Un frontier lab ha comprato il format in cui la sua élite si guarda, si ascolta e si legittima. Anche da lì, ormai, passa la corsa sull’AI.

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