News & BusinessPOLITICA INTERNAZIONALE
One pager: l’Europa nel caos globale
Sono mesi convulsi in politica estera. Una convulsione e una instabilità che emergono con particolare chiarezza dal fronte degli Stati Uniti, dove il Presidente ha fatto della suo attivismo e erraticità in politica estera una specie di cifra, ma riguardano anche Cina e Russia.
Uno scenario di difficile lettura nel quale risulta difficile indovinare il ruolo e le possibilità dell’UE. Anzi. A ben guardare sembra che l’Europa sia impegnata a difendersi, a tappare le falle mano a mano che queste si aprono, inseguendo di fatto l’attualità. Quindi, in questa veste di ‘pompiere’ non riesce a imporsi né come interlocutore alla pari dei grandi attori mondiali (che anzi, non fanno mistero di snobbarla) né come arbitro, capace di fermare gli effetti più nefasti di questa instabilità, né come figura egemone capace di imporre la sua volontà e visione.
Niente di tutto questo si sta verificando. E questo a dispetto del fatto che l’UE sia di fatto la più importante piazza commerciale del mondo e il più grande esperimento di democrazia sovranazionale del mondo. Elementi, alla luce dei quali, risulta difficile spiegare come sia possibile che l’UE riceva così poca considerazione ai tavoli internazionali.
Una lettura interessante, che potrebbe spiegare questo paradosso, arriva da due editoriale usciti a distanza ravvicinata su due giornali molto diversi: Guardian e Economist. Questi due editoriali, di fatto, sono concordi nell’ipotizzare che la ragione per cui l’UE non siede al tavolo delle grandi potenze è che- parafrasando il premier canadese Marc Carney- è sul menù.
Secondo Guardian, infatti, un’Europa impegnata a reagire è un’Europa incapace di pianificare. Il che significa un’Europa distratta. «Ogni provocazione di Trump colpisce in modo diverso il continente. Le minacce artiche preoccupano la Scandinavia. Le controversie commerciali colpiscono gli esportatori. La guerra in Ucraina è quella che più conta nell’Europa orientale. E così via. Ogni episodio produce una diversa coalizione di stati interessati. Ciò che non produce è un’unità strategica duratura. Questa è la vulnerabilità sfruttata da Trump. Un’Europa che reagisce sempre non pianifica mai. Ogni questione sembra urgente. Il prezzo da pagare per catturare l’attenzione è una visione strategica a breve termine”.
Quindi l’ipotesi tracciata dal giornale è che uno degli obiettivi di tanta instabilità globale- forse orchestrata, forse no- possa essere proprio l’indebolimento, ove non l’implosione dell’Europa. E questo perché un’Europa non unita, ma divisa, farebbe comodo a tutti gli altri attori geopolitici, le cosiddette superpotenze.
Le ragioni sono piuttosto evidenti: gli USA di Trump stanno provando a smantellare l’occidente liberale per come lo abbiamo conosciuto che di cui l’UE rimane cocciuta vestale; la Cina avrebbe grandi vantaggi commerciali dal trattare con i singoli Paesi (molto più deboli) invece che con un blocco unico e potente; quanto alla Russia, forse non c’è nemmeno bisogno di dirlo: senza UE avrebbe la strada spalancata in Ucraina e potrebbe mandare il suo gas dove vuole.
Secondo Economist “Il presidente Donald Trump definisce l’Europa ingrata e incline all’autodistruzione, mentre i migranti rendono le sue città "irriconoscibili". Nella cupa analisi dei diplomatici occidentali a Pechino, il leader cinese Xi Jinping vede il continente come facilmente divisibile e non competitivo”.
Se davvero fosse questo l’obiettivo finale, sarebbe una notizia che conterrebbe in sé due notizie, una molto cattiva e una molto buona. Quella cattiva è che dinnanzi a noi si aprono tempi duri; quella buona è che la strada è quella giusta.